N. 35 – 2 giugno 2026

Il gioco in natura 2

Continuiamo la presentazione di un’idea di intervento operativo comune: “Il Gioco in Natura: Fondamento del Benessere e della Crescita nei Bambini (0-5 Anni)” con l’intento di creare una conoscenza comune tra i lettori di questa nostra newsletter e avviare un’attività di co-programmazione e co-progettazione dell’attività di promozione del gioco in natura coinvolgendo i molti promotori della salute che, nei diversi settori, contribuiscono alla salute dei bambini e del pianeta…per trasformare un’idea in una azione di successo. 
In questo secondo intervento ci occupiamo dei diversi possibili contatti con la natura.
 
e inoltre:
– “Cuori sicuri”. Il piano dell’UE per la salute cardiovascolare.
– Ripensare i sistemi sanitari per affrontare l’isolamento sociale e la fragilità.
– Serie. “I maestri: dare fondamenta alla promozione della salute”. Geoffrey Rose.
– Un filmato. Daniela Lucangeli – Lectio Magistralis “La scuola che vorrei”.
– Un libro Fare salute. Esperienze, prospettive e ruolo dei Comuni italiani. Maggio 2026.

Il Gioco in Natura: Fondamento del Benessere e della Crescita nei Bambini (0-5 Anni).
Una proposta di intervento di Forhest.

Parte terza: i tipi di contatto con la natura.

Il contatto con la natura non è un’esperienza uniforme, ma un continuum di interazioni che influenzano profondamente la salute umana e il benessere sociale. Di seguito vengono analizzati i principali tipi di contatto che ci permettono di classificare le occasioni in base alle loro modalità.

Il contatto con la natura è un concetto multidimensionale che comprende diverse modalità di interazione, spaziando dalla semplice vicinanza fisica alla profonda connessione psicologica. Secondo le fonti, la “natura” include sistemi viventi come piante e animali, ma anche elementi abiotici come paesaggi montani o tramonti. 
 
Contatti fisici con la natura.
Questa categoria si riferisce alla presenza fisica o allo stare all’interno di spazi naturali. La letteratura scientifica distingue solitamente tre sottotipi principali:
– Accesso alla natura (Vicinanza): Si riferisce alla probabilità che un individuo interagisca con l’ambiente naturale in base alla sua vicinanza residenziale o scolastica. Include la misurazione della distanza da parchi, aree verdi o “aree blu” (come laghi e mari). Vivere in quartieri più verdi può offrire benefici al benessere anche se non si utilizzano attivamente tali spazi, grazie ad esempio alla riduzione dello stress e al miglioramento della qualità dell’aria.
– Esposizione alla natura (Contatto occasionale): Definito come un contatto incidentale o a breve termine. Esempi comuni sono brevi visite a parchi cittadini, spiagge o ambienti selvatici. Sebbene queste interazioni siano limitate nel tempo, sono associate a un miglioramento immediato dell’umore e del rilassamento.
– Coinvolgimento con la natura (Partecipazione attiva): Questo tipo di contatto implica interazioni dirette, intenzionali e sostenute. Include attività immersive come il gioco libero nella natura, il campeggio, il trekking, una regolare outdoor education. In questo contesto, l’individuo interagisce attivamente con elementi naturali (rocce, fango, bastoni) per modellare la propria esperienza.

Contatti psicologici e connessione.
Oltre alla dimensione fisica, esiste un contatto psicologico, spesso definito come “connessione con la natura”. Si tratta del legame personale e soggettivo che un individuo sviluppa con l’ambiente naturale, ovvero quanto si sente parte di esso. Questa connessione non dipende necessariamente dal tempo trascorso all’aperto, ma dal senso di appartenenza e dal piacere provato in natura. Livelli elevati di connessione psicologica sono correlati a una maggiore felicità e a un benessere generale superiore.

Contatti sensoriali.
Spesso la ricerca si concentra sulla vista, ma il contatto avviene attraverso molteplici canali: l’udito (suoni della foresta), l’olfatto (profumo della terra), il tatto (sentire la brezza o l’acqua) e persino il gusto.
 
Il gioco della Natura (Nature Play).
Specificamente per i bambini, il contatto avviene spesso attraverso il gioco, che può essere classificato in base al focus:
– Focus sulla natura:  L’interesse principale è rivolto all’interazione con elementi fisici come arrampicarsi sulle rocce o giocare con l’acqua e il fango.
– Focus sull’esperienza: Mirano alle emozioni suscitate, come la curiosità, la creatività e la gioia della scoperta.
– Focus sull’apprendimento:  Vedono la natura come un processo attraverso cui i bambini sviluppano abilità fisiche e comprendono il funzionamento del mondo.

La natura continuum di esperienze diversificate.


Questa figura presenta la natura non come un elemento statico, ma come un continuum di esperienze diversificate, mappate lungo due assi principali: la scala spaziale (da piccola a grande) e la frequenza del contatto (da occasionale a routinaria/continua).
Questo spettro include una vasta gamma di interazioni umane con l’ambiente naturale:
– Piccola scala: Si parte da elementi minimi e quotidiani, come le piante in vaso (contatto occasionale) o la vista della natura attraverso una finestra (contatto ricorrente).
– Scala intermedia: Comprende attività più strutturate come la visita a giardini pubblici, l’educazione all’aperto o il vivere in un quartiere verde, che rappresenta una forma di contatto routinaria e costante.
– Grande scala: All’estremità superiore troviamo esperienze immersive e vaste, come le avventure in aree selvagge o attività di cura del territorio (stewardship).
La letteratura sottolinea che, sebbene molta ricerca si concentri genericamente sugli “spazi verdi”, è fondamentale considerare questo ampio spettro per comprendere come diverse modalità sensoriali e livelli di consapevolezza influenzino la salute umana. La figura aiuta a comprendere le specifiche forme di contatto andando oltre la semplice vicinanza fisica.

“Cuori sicuri”. Il piano della UE per la salute cardiovascolare.

Commissione Europea. Il Piano “Cuori Sicuri”. 16 dicembre 2025

Il piano UE affronta le malattie cardiovascolari — prima causa di morte in Europa — attraverso prevenzione, screening precoce e trattamento, sfruttando innovazione digitale, ricerca e lotta alle disuguaglianze sanitarie.

Contesto generale.
Il piano “Cuori sicuri” adottato dalla Commissione europea il 16 dicembre 2025, è la risposta strategica dell’UE alla principale sfida sanitaria europea: le malattie cardiovascolari.
Queste rappresentano la prima causa di morte e disabilità nell’UE, causando 1,7 milioni di vittime l’anno e interessando circa 62 milioni di persone. Il costo economico supera i 282 miliardi di euro annui, di cui 47 miliardi legati alla perdita di produttività. Senza interventi coordinati, si prevede che tra il 2025 e il 2050 la prevalenza aumenterà del 90%, con i decessi che raggiungeranno i 35,6 milioni nel 2050.
Il piano si struttura su tre pilastri fondamentali:
– prevenzione;
– individuazione precoce e screening;
– trattamento e assistenza.
sostenuti da tre temi trasversali:
– innovazione digitale;
– ricerca e conoscenza;
– lotta alle disuguaglianze.

Prevenzione.
La prevenzione è considerata l’investimento più efficace sotto il profilo dei costi: quasi l’80% delle malattie cardiovascolari potrebbe essere evitato attraverso cambiamenti dello stile di vita. Tuttavia, l’UE destina solo il 3% della spesa sanitaria totale alla prevenzione, una quota del tutto insufficiente.
I principali fattori di rischio modificabili su cui intervenire includono:
– Alimentazione scorretta: più della metà degli adulti è in sovrappeso, il 15% è obeso, e il consumo di zuccheri, grassi saturi e alimenti ultra-trasformati è in crescita. Solo il 12% degli adolescenti consuma le cinque porzioni giornaliere raccomandate di frutta e verdura.
– Tabagismo: il fumo causa circa il 20% delle coronaropatie. Sebbene in calo, preoccupa la rapida crescita del consumo di sigarette elettroniche tra i giovani (+45%). La Commissione intende proporre nel 2026 una revisione della legislazione anti-tabacco, con l’obiettivo di portare sotto il 5% la quota di fumatori adulti entro il 2040.
– Consumo nocivo di alcol: il binge drinking, in particolare tra i giovani, rimane un fattore di rischio importante, così come le bevande alcoliche premiscelate (alcopop) particolarmente attraenti per i minori.
– Sedentarietà: oltre il 25% della popolazione svolge attività fisica insufficiente; tra gli adolescenti, meno di uno su cinque raggiunge i livelli raccomandati dall’OMS.
– Fattori ambientali: l’inquinamento atmosferico e acustico causa il 18% dei decessi cardiovascolari nell’UE, colpendo in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili.
L’iniziativa faro “L’UE ha a cuore il tuo cuore” promuove piani nazionali per la salute cardiovascolare in tutti i 27 Stati membri entro il 2027, con approcci personalizzati e digitalizzati. Si punta inoltre su campagne di alfabetizzazione sanitaria, promozione dell’attività fisica (campagne #BeActive, programmi Erasmus+ e EU4Health), miglioramento delle abitudini alimentari nelle istituzioni pubbliche (scuole, ospedali) e vaccinazione come strumento preventivo: la vaccinazione antinfluenzale, ad esempio, riduce del 34% il rischio di gravi eventi cardiovascolari avversi.
Un’attenzione speciale è riservata a bambini e giovani, con azioni mirate contro obesità infantile, consumo di bevande zuccherate, dipendenza da nicotina e sedentarietà, riconoscendo che le abitudini formate precocemente si mantengono per tutta la vita.

Individuazione Precoce e Screening.
L’individuazione precoce è uno strumento fondamentale di salute pubblica. Identificare tempestivamente persone con patologie trattabili ad alto rischio — ipertensione, colesterolo elevato, diabete o obesità — prima che compaiano i sintomi può prevenire eventi gravi, ridurre i ricoveri e abbattere i costi sanitari.
Il piano fissa obiettivi concreti da raggiungere entro il 2035:
Almeno il 75% delle persone tra 25 e 64 anni e il 90% degli over 65 misurano la pressione sanguigna ogni anno;
Almeno il 65% (25-64 anni) e l’80% (over 65) controllano colesterolo e glicemia annualmente.
Nonostante l’accessibilità dei controlli, il 14,3% degli over 65 non ha effettuato una misurazione recente della pressione arteriosa. Condizioni ereditarie come l’ipercolesterolemia familiare (che colpisce 1 persona su 250) vengono diagnosticate in meno del 10% dei casi, spesso solo dopo un evento cardiovascolare acuto.
A differenza del cancro, per le malattie cardiovascolari non esiste ancora un protocollo armonizzato a livello UE per l’individuazione precoce, il che genera approcci frammentati e dati non comparabili tra Stati membri. Per colmare questa lacuna, nel 2026 la Commissione proporrà una Raccomandazione del Consiglio sui controlli sanitari cardiovascolari, accompagnata da campagne di sensibilizzazione (“Conosci i tuoi valori”) e da programmi mobili di screening per raggiungere anche le zone rurali e le popolazioni scarsamente servite.
Strumenti innovativi come i punteggi di rischio poligenico, l’intelligenza artificiale e i gemelli umani virtuali potranno migliorare ulteriormente la stratificazione del rischio e la diagnosi precoce, supportando un approccio di medicina personalizzata.

La sfida delle Diseguaglianze.
Le disuguaglianze in ambito cardiovascolare rappresentano una delle sfide più urgenti. I tassi di mortalità variano fino a 6,3 volte tra gli Stati membri, e all’interno degli stessi paesi i gruppi a basso reddito e bassa istruzione sono colpiti in modo sproporzionato.
Le principali dimensioni della disuguaglianza riguardano:
– Genere: le donne ricevono spesso diagnosi errate o tardive, sono sottorappresentate nelle sperimentazioni cliniche e subiscono trattamenti inadeguati, soprattutto dopo eventi acuti. Condizioni specifiche femminili — dalla sindrome dell’ovaio policistico alla menopausa, dalle complicanze in gravidanza ai contraccettivi ormonali — aumentano il rischio cardiovascolare in modo ancora poco riconosciuto.
– Condizione socioeconomica: i gruppi svantaggiati sono maggiormente esposti a fattori di rischio (fumo, alimentazione scorretta, inquinamento), hanno un accesso limitato alla prevenzione e ai trattamenti, e registrano esiti peggiori.
– Area geografica: le disuguaglianze regionali sono marcate — nel 2022 i tassi di mortalità regionale variavano da 139 a 1.196 decessi per 100.000 abitanti.
– Disabilità e vulnerabilità: persone con disabilità e popolazioni vulnerabili faticano ad accedere a strumenti digitali e percorsi di cura.

Per affrontare queste disparità, il piano prevede lo sviluppo di un quadro operativo UE sulle disuguaglianze cardiovascolari, modellato sul registro europeo delle disuguaglianze oncologiche, e investimenti in ricerca (circa 40 milioni di euro da Orizzonte Europa) per comprendere i meccanismi di malattia legati a sesso e genere. Si punta inoltre a integrare l’approccio di equità in tutte le iniziative faro, garantendo che i programmi di screening e prevenzione raggiungano anche le popolazioni più vulnerabili e le zone geograficamente svantaggiate.

Ripensare i sistemi sanitari per affrontare isolamento e fragilità.


Fereshteh Mehrabi, Mary Louise Pomeroy, Emiel O Hoogendijk, Thomas K M Cudjoe, Mark Oremus, Karen Bandeen-Roche, Charity Oga-Omenka. Rethinking health-care systems to tackle social isolation and frailty, The Lancet Public Health, Volume 11, Issue 5, 2026:e343-e348.

L’articolo lancia un appello urgente: fragilità e isolamento sociale non possono più essere affrontati separatamente né ignorati nei sistemi di cura. Solo un’azione coordinata e intersettoriale — che integri screening, assistenza integrata, prescrizione sociale e politiche basate sull’equità — può spezzare il circolo vizioso che condanna milioni di anziani a un declino evitabile, sostenendo un invecchiamento davvero sano e dignitoso.

La rilevanza del problema: un’emergenza silenziosa.
Le popolazioni mondiali stanno invecchiando rapidamente, e con esse crescono due sfide sanitarie profondamente intrecciate: la fragilità e l’isolamento sociale. Questi due fenomeni non sono semplicemente condizioni distinte che coesistono, ma si alimentano reciprocamente in un circolo vizioso difficile da spezzare, con conseguenze gravi sulla salute pubblica globale.
L’isolamento sociale colpisce uno su quattro adulti over 60, mentre la fragilità interessa circa il 12-24% degli adulti di 50 anni e oltre a livello globale. Dati ancora più preoccupanti emergono dall’analisi del National Health and Aging Trends Study (2023): circa il 14,7% degli adulti over 65 residenti in comunità risulta contemporaneamente in stato di (pre)fragilità e isolamento sociale. Questa co-presenza è tutt’altro che casuale. Le evidenze scientifiche, in particolare quelle provenienti dal Longitudinal Aging Study di Amsterdam su un follow-up di 21 anni, dimostrano che la fragilità può precedere e aumentare il rischio di isolamento sociale futuro, mentre l’isolamento sociale a sua volta accelera e aggrava la fragilità nell’anziano. Si crea così una spirale discendente: la fragilità riduce la capacità di partecipare alla vita sociale, e l’isolamento che ne deriva priva l’anziano di quei supporti relazionali fondamentali per mantenere la salute fisica e mentale.
Le conseguenze cliniche di questa combinazione sono severe: aumento del rischio di demenza, incremento dei ricoveri ospedalieri e maggiore mortalità. L’isolamento sociale favorisce comportamenti non salutari come sedentarietà, cattiva alimentazione e consumo eccessivo di alcol, che a loro volta accelerano il declino fisiologico. La fragilità, intesa come riduzione delle riserve fisiologiche, limita ulteriormente la partecipazione alle attività sociali, chiudendo il cerchio. Nonostante la gravità del fenomeno, la co-presenza di fragilità e isolamento sociale rimane largamente trascurata nelle politiche sanitarie, nella ricerca e nelle cure di routine. I sistemi sanitari, pur trovandosi in una posizione strategica privilegiata — poiché gli anziani fragili e isolati interagiscono regolarmente con pronto soccorso e medici di base — non riescono a intercettare e gestire adeguatamente queste condizioni. A complicare ulteriormente il quadro, esistono significative barriere strutturali all’accesso alle cure: ostacoli culturali e linguistici, bassa alfabetizzazione sanitaria, difficoltà di trasporto nelle aree rurali, costi insostenibili, isolamento geografico e frammentazione nella coordinazione delle cure. Gli adulti over 65 con redditi più bassi hanno una probabilità del 10% maggiore di sperimentare isolamento sociale. La risposta dei sistemi sanitari è attualmente frammentata e insufficiente, e richiede una profonda revisione strutturale.

Le quattro proposte: verso una risposta integrata.
Gli autori identificano quattro priorità di intervento per affrontare congiuntamente fragilità e isolamento sociale.
1. Screening nelle cure primarie e acute
La rilevazione precoce è fondamentale, poiché sia la fragilità che l’isolamento sociale sono potenzialmente reversibili se identificati in tempo. Si raccomanda l’implementazione di protocolli standardizzati nei contesti di cure primarie e ospedalieri, integrati nei flussi di lavoro di routine e condotti da team multidisciplinari. Strumenti validati come la scala FRAIL, la Clinical Frailty Scale e gli indici di reti sociali (es. Berkman-Syme) permettono valutazioni sistematiche. Esperienze come la Comprehensive Geriatric Assessment del NHS britannico e il National Clinical Programme for Older People irlandese dimostrano la fattibilità e l’efficacia di tali approcci.
2. Assistenza integrata tra i settori
I modelli che combinano assistenza clinica e supporto sociale mostrano risultati promettenti nel rispondere simultaneamente ai bisogni medici e sociali degli anziani. È essenziale un approccio centrato sulla persona, flessibile e adattato alle circostanze individuali, che tenga conto della diversità funzionale, sociale e culturale della popolazione anziana. Esempi virtuosi includono il programma PACE negli USA, la Strategia di Salute Familiare in Brasile e i Centri Comunitari per Anziani in Canada.
3. La prescrizione sociale: il ponte tra clinica e comunità
Tra le quattro proposte, la prescrizione sociale merita un’attenzione particolare per la sua capacità di agire sui determinanti sociali della salute in modo innovativo e diretto. Essa consiste nel collegare formalmente le persone a risorse non cliniche: corsi di attività fisica, programmi culturali, gruppi sociali, opportunità di volontariato, iniziative di aggregazione comunitaria.
Per gli anziani fragili o socialmente isolati, la prescrizione sociale rappresenta un’opportunità concreta per identificare bisogni sociali insoddisfatti e favorire il reinserimento nella comunità. I dati l’associano a una riduzione dei ricoveri ospedalieri, a un minor utilizzo delle risorse sanitarie e a un miglioramento della qualità della vita. Un esempio particolarmente significativo è lo studio Experience Corps, che ha dimostrato come programmi strutturati di volontariato migliorino la salute cognitiva, riducano fragilità e cadute, migliorino la mobilità e rafforzino il benessere psicologico negli over 60.
A livello internazionale esistono modelli concreti e ispiratori. Nel Regno Unito, i consigli di assistenza integrata finanziano reti di operatori di prescrizione sociale — i cosiddetti link workers — integrati nelle cure primarie come parte di team multidisciplinari, sostenuti da un quadro nazionale di competenze. Nei Paesi Bassi, il modello Buurtzorg si basa su team infermieristici di quartiere autogestiti che forniscono assistenza olistica orientata alla comunità, con ottimi risultati per i pazienti. A Singapore, le Community Networks for Seniors costruiscono un sistema capillare centrato su hub comunitari che integrano supporto sanitario e sociale, coordinato a livello istituzionale e sostenuto da formazione strutturata. Tuttavia, l’attuazione della prescrizione sociale rimane disomogenea, con significative disparità che penalizzano le popolazioni più vulnerabili: comunità indigene, immigrati, persone con disabilità, individui LGBTQIA+. Colmare queste lacune è essenziale per garantire equità nell’accesso.
4. Politiche e ricerca focalizzate sull’equità
Il progresso richiede politiche coordinate e investimenti nella ricerca, adattati ai diversi contesti nazionali e locali. Le strategie devono tenere conto dei sistemi di finanziamento, delle infrastrutture sanitarie e delle esigenze delle popolazioni più colpite, garantendo un’implementazione equa ed efficace.

I Maestri. “Dare fondamenta alla Promozione della Salute”.

Proponiamo questa serie presentando la promozione della salute attraverso i principali approcci, idee, modelli, politiche, scoperte e teorie di alcuni tra i più rappresentativi ricercatori (i Maestri) che si sono occupati di questo argomento. Le loro parole chiave sono i punti su cui sarebbe fondamentale si fondassero le conoscenze, si costruissero le competenze e si avviassero le azioni dei promotori della salute. Senza fondamenta la promozione rimane “evanescente” ed incapace di affrontare le complessità ed avere la flessibilità per adeguarsi ai cambiamenti.

Iniziamo con Geofrey Rose, anche perché il suo articolo Sick individuals and sick populations è ancora considerato il più importante articolo di Sanità Pubblica mai scritto.

Geoffrey Rose
“La medicina può curare, ma solo la società può prevenire.”


Geoffrey Arthur Rose (1926–1993) Professore alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, è stato uno dei più influenti epidemiologi del XX secolo. Le sue idee hanno cambiato profondamente il modo di concepire la prevenzione delle malattie, spostando l’attenzione dal singolo individuo all’intera popolazione.

La Strategia della Popolazione vs. la Strategia ad Alto Rischio.
Il cuore del pensiero di Rose risiede nella distinzione tra due approcci fondamentalmente diversi alla prevenzione:
1. Strategia ad alto rischio (High-risk strategy).
Consiste nell’identificare gli individui che si trovano all’estremità “pericolosa” della distribuzione di un fattore di rischio (ad esempio, chi ha pressione arteriosa molto elevata o colesterolo molto alto) e intervenire su di loro con trattamenti mirati. È l’approccio tradizionale della medicina clinica: trova chi sta peggio e curalo.
Vantaggi: intervento mirato, motivazione alta nel paziente e nel medico, rapporto rischio-beneficio favorevole per il soggetto trattato.
Svantaggi: costosa, richiede screening continui, non affronta le cause strutturali del problema, e — come dimostra Rose — ha un impatto limitato sul carico complessivo di malattia nella popolazione.
2. Strategia della popolazione (Population strategy).
Consiste nello spostare l’intera distribuzione di un fattore di rischio verso valori più favorevoli, intervenendo su tutta la popolazione, anche su chi ha un rischio individuale basso. Se si riesce a spostare verso sinistra la curva della pressione arteriosa di un’intera nazione, il numero di infarti e ictus diminuisce in modo molto più sostanziale.
Vantaggi: enorme potenziale di beneficio a livello di popolazione, interviene sulle cause profonde (sociali, ambientali, comportamentali).
Svantaggi: il beneficio per il singolo individuo è piccolo e spesso invisibile, la compliance è difficile da ottenere, e può apparire paternalistico o invasivo (“trattare persone sane”).

Rose non diceva che una strategia debba escludere l’altra, anzi sosteneva che le due approcci sono complementari. Tuttavia, insisteva sul fatto che la medicina tradizionale aveva sottovalutato enormemente il potere della strategia di popolazione. 


ll Paradosso di Rose
“Una misura preventiva che porta grandi benefici alla popolazione porta poco beneficio al singolo individuo.”
Questa è il celebre “Prevention Paradox” di Geoffrey Rose (1985).
Il concetto è semplice: quando una misura preventiva agisce su tutta la popolazione (es. ridurre il sale nei cibi), il rischio individuale si abbassa di poco — magari eviti il 2% di probabilità di avere un ictus. Ma moltiplicato per milioni di persone, quel piccolo beneficio diventa enorme a livello collettivo. Il problema? Il singolo non “sente” il beneficio, rendendo difficile motivare le persone a seguire raccomandazioni preventive che sembrano poco utili per lui: individuo.

Le Cause delle Cause.
Rose ragionava su due livelli distinti di causalità. Il primo livello riguarda i fattori di rischio prossimali: fumo, ipertensione, colesterolo elevato, sedentarietà, alimentazione scorretta. La medicina si era concentrata quasi esclusivamente qui. Ma Rose andava oltre, chiedendosi: perché certe persone fumano? Perché in certi quartieri si mangia peggio? Perché alcune popolazioni hanno pressioni arteriose mediamente più alte?
Le risposte stavano in quello che Rose chiamava le “cause delle cause”: le condizioni economiche e sociali, l’ambiente fisico, le norme culturali, le politiche pubbliche, il livello di istruzione. Intervenire solo sui fattori di rischio prossimali senza affrontare queste cause strutturali equivale, secondo Rose, a svuotare il mare con un cucchiaino: si trattano continuamente nuovi pazienti, ma il fiume che li produce non viene mai arginato.

Il Concetto di Normalità.
Uno degli aspetti filosoficamente più provocatori del pensiero di Rose riguarda la ridefinizione di normalità. Rose sfidava apertamente una delle assunzioni più radicate della medicina: l’idea che ciò che è statisticamente comune in una popolazione sia anche biologicamente sano.
L’esempio più celebre riguarda la pressione arteriosa. Nelle società occidentali industrializzate, l’aumento della pressione con l’età era considerato un fenomeno fisiologico normale. Ma osservando popolazioni rurali di paesi a basso reddito o comunità con stili di vita molto diversi, Rose scopriva che questo aumento semplicemente non avveniva.
La conclusione era rivoluzionaria: ciò che è comune non è necessariamente fisiologico. I valori “normali” dei parametri clinici nelle società occidentali — colesterolo, indice di massa corporea, consumo di sale — riflettono già i danni prodotti da un certo ambiente e da un certo stile di vita collettivo. Definire la normalità sulla base della distribuzione statistica di una popolazione già esposta a fattori di rischio significa incorporare nella definizione stessa di salute le conseguenze di un ambiente patogeno. Questa riflessione aveva implicazioni pratiche enormi: molte condizioni trattate come eccezioni patologiche erano in realtà la coda visibile di un problema che riguardava l’intera popolazione.

Le Diseguaglianze di Salute.
Rose era profondamente consapevole che la distribuzione delle malattie nella popolazione non è casuale, ma segue precisi gradienti sociali. Le persone con reddito più basso, istruzione inferiore e posizione sociale più svantaggiata si ammalano di più, si ammalano prima e muoiono più giovani. Non si tratta solo di una differenza netta tra “poveri” e “ricchi”: è un gradiente continuo che attraversa tutta la scala sociale.
Rose collegava questo gradiente direttamente al suo modello teorico: le popolazioni socialmente svantaggiate presentano distribuzioni più sfavorevoli dei fattori di rischio non per scelte individuali irrazionali, ma come prodotto diretto delle cause delle cause.
Qui emergeva anche la dimensione etica del pensiero di Rose. Chiedere a chi vive in condizioni di svantaggio strutturale di “comportarsi meglio” e fare scelte più sane è non solo inefficace, ma moralmente problematico: scarica sugli individui più vulnerabili la responsabilità di problemi che hanno radici sociali e politiche profonde. La promozione della salute non è quindi solo una questione tecnica, ma una questione di giustizia sociale.

L’Eredità di Rose.
Questi concetti — strategia di popolazione, cause delle cause, normalità relativa e disuguaglianze di salute — non sono elementi separati, ma parti di una visione coerente e integrata. Rose ci ha insegnato che la salute si costruisce o si distrugge a livello collettivo e strutturale, che ciò che consideriamo normale deve essere continuamente interrogato, e che le disuguaglianze sanitarie sono ingiuste e modificabili.
Ogni volta che un governo decide di ridurre il sale negli alimenti, di introdurre politiche antifumo, di investire in quartieri più vivibili e accessibili, c’è un po’ di Rose in quella decisione. La sua eredità intellettuale rimane straordinariamente attuale.

Un video: Daniela Lucangeli “La scuola che vorrei”.


Daniela Lucangeli propone una scuola intesa come comunità educante, trasformando l’istruzione in un fondamentale strumento di salute pubblica. Superando la cultura del potere, il docente agisce nella potenza, facilitando la fioritura del potenziale umano attraverso la relazione. Grazie all’intelligenza relazionale, il maestro nutre il connettoma dello studente e trasforma l’errore in segnale di crescita. L’obiettivo è una “scuola di nutrimento” per l’unità corpo-mente.

Nella Lectio Magistralis tenuta a Pordenone, la professoressa Daniela Lucangeli delinea una visione rivoluzionaria della scuola, concepita non più come un semplice erogatore di conoscenze, ma come il fulcro di una comunità educante capace di farsi carico della salute pubblica e della fioritura umana. Questa prospettiva parte dal presupposto che l’istruzione non sia un processo neutro: la scuola determina attivamente la salute dell’unità corpo-mente di ogni studente, influenzando il connettoma e la stabilizzazione delle memorie future.
Il concetto di comunità educante implica un’alleanza profonda tra insegnanti, genitori, istituzioni e società civile. L’obiettivo è trasformare il tempo scolastico in uno strumento di salute pubblica, basato sulla consapevolezza che la scuola è la struttura più potente di modulazione dell’umanità. Lucangeli sottolinea che la maestria determina direttamente il potenziale umano e la salute del mondo, rendendo necessario un cambio di paradigma verso una “pandemia di guarigione” educativa.
Un pilastro fondamentale di questa visione è la distinzione tra la cultura del potere e quella della potenza all’interno della figura del magister. La cultura del potere si focalizza sulla prestazione, sul giudizio e sulla valutazione identitaria, attivando nel cervello aree legate allo stress e alla competizione. Al contrario, la cultura della potenza (intesa in senso aristotelico come passaggio dalla potenza all’atto) vede il maestro come un generatore di creatività e generosità. In questo modello, il docente agisce nella zona di sviluppo prossimale definita da Vygotskij, fungendo da catalizzatore e facilitatore che nutre le funzioni dello studente per permettergli di manifestare pienamente ciò che è potenzialmente in grado di essere.
Le neuroscienze supportano questa visione evidenziando che l’intelligenza umana non è isolata, ma relazionale. Attraverso il meccanismo dei neuroni specchio, il maestro funge da riflesso per lo studente: è attraverso lo sguardo dell’altro che si genera il processo di intelligenza e si stabilizza l’identità futura. Pertanto, se un insegnante nutre la relazione con informazioni di paura, giudizio o svalutazione, il cervello dello studente “imprinta” queste emozioni come parte del proprio vocabolario mentale, con effetti negativi sulla salute psichica a lungo termine.
Lucangeli critica aspramente l’attuale sistema basato sull’ingozzamento prestazionale. Questo approccio tratta il cervello come un “ripetitore passivo” o una “memoria frigorifero”, dove l’apprendimento è solo apparente e genera un “effetto junk” (immondizia) che appesantisce il sistema di pensiero senza trasformarlo in vera conoscenza. In una scuola che promuove la salute, l’errore deve invece essere riqualificato: non è una colpa morale o una mancanza di intelligenza, ma un segnale prezioso che indica al maestro dove lo studente ha ancora bisogno di aiuto e di strategie.
Perché la scuola diventi un luogo di autentica fioritura, è necessario superare l’ansia da verifica che, se non gestita, diventa un tratto stabile della psiche già nell’adolescenza. Lucangeli propone una scuola di nutrimento, dove il diritto alla personalizzazione dell’insegnamento sia garantito tanto quanto quello dell’apprendimento. In questa visione, il sapere disciplinare (la matematica, la storia, il latino) rimane fondamentale, ma viene moltiplicato da una relazione umana che dice allo studente: “mi stai a cuore tu così come sei”.

In conclusione, la “scuola che vorrei” è una comunità che rifiuta il silenzio di fronte a sistemi educativi che nuocciono alla salute. Essere magister significa non essere un “ragioniere di competenze” o di errori, ma un docente capace di tirare fuori la parte migliore dell’allievo attraverso un’alleanza educativa che metta la vita e il potenziale umano al di sopra di ogni metrica prestazionale. Solo così l’istruzione può assolvere al suo compito etico di favorire una crescita senziente, consapevole e autenticamente sana per le nuove generazioni.
 

Un libro: “Fare salute. Esperienze, prospettive e ruolo dei Comuni italiani” .


Francesco Caroli (A cura di). Fare salute. Esperienze, prospettive e ruolo dei Comuni italiani. Intermedia Editore. Brescia 2026.

Il libro documenta come i Comuni italiani non siano semplici terminali di decisioni superiori, ma attori capaci di generare democrazia quotidiana attraverso la cura del bene comune “salute”. È un testo essenziale per amministratori, tecnici e cittadini che vogliano trasformare le città in ecosistemi capaci di includere, prevenire e curare. Nel libro sono riportati moltissimi esempi di successo che possono ispirare ed essere ripetuti adattati a nuovi contesti.


Il volume, curato da Francesco Caroli con la prefazione di Lamberto Bertolé, rappresenta un’opera corale fondamentale per comprendere l’evoluzione delle politiche di benessere urbano in Italia. Pubblicato in occasione del 25° anniversario della Rete Italiana Città Sane – OMS, il libro si pone non come un album celebrativo, ma come un “esercizio di verità e di metodo” per rilanciare l’agenda della salute pubblica locale nel prossimo decennio.
La tesi centrale è che la salute non sia una competenza puramente settoriale o sanitaria, bensì una responsabilità condivisa delle città. Attraverso l’approccio Health in All Policies (Salute in tutte le politiche), il testo dimostra come ogni scelta amministrativa — su mobilità, urbanistica, scuola, ambiente o casa — abbia un impatto diretto sul benessere dei cittadini.

Il libro è strutturato in quattro capitoli che intrecciano teoria, pratica e visioni future:
1. Il quadro teorico e i determinanti urbani
Il primo capitolo analizza la città come “matrice strutturale della salute”. In un Paese dove oltre il 72% della popolazione vive in aree urbane, i fattori socioeconomici e ambientali (inquinamento, aree verdi, qualità dell’abitare) incidono sulla morbilità più della stessa assistenza sanitaria. Viene introdotto il concetto di Urban Health, dove la morfologia urbana diventa uno strumento preventivo per combattere sedentarietà e isolamento.
2. Le esperienze dei territori
È il cuore pulsante del libro, con una raccolta di contributi da comuni membri della Rete. Le città raccontano modelli concreti: dalla “Accademia della Genitorialità” di Alberobello all’innovazione tecnologica per la longevità di Ancona; dalle mappe di fragilità di Bologna ai centri di salute di quartiere di Cagliari e alla food policy di Cremona. Queste esperienze mostrano che “fare salute” è pratica amministrativa quotidiana basata sulla prossimità e sull’ascolto.
3. Lo sguardo degli stakeholder
Il terzo capitolo coinvolge istituzioni e ricerca (Ministero della Salute, AGENAS, ISPRA, ISS, CONI). Emerge qui con forza il paradigma One Health, che riconosce l’interdipendenza tra salute umana, animale e dell’ecosistema. Gli stakeholder sottolineano la necessità di nuove figure professionali come l’Health City Manager per coordinare queste politiche trasversali.
4. L’agenda per il futuro
Il testo si conclude con una sfida: passare dalla “stagione dell’innovazione” a quella della “strutturazione”. Le città devono diventare “infrastrutture permanenti di salute”, dove il benessere non sia l’esito di progetti sporadici, ma il criterio ordinatore di ogni politica pubblica.

Un Grafico. “Chi sei e dove stai. Le diseguaglianze di mortalità trattabile e prevenibile in Italia”.


Giuseppe Costa (a cura di). La prescrizione sociale: valore e limiti del concetto e della pratica. In:  CCW – Cultural Welfare Center ETS. Indagine sulla prescrizione sociale di arte e cultura in Italia. Fondazione Compagnia di San Paolo,2026.

Il grafico evidenzia due fattori di disuguaglianza nella mortalità italiana. Il “Chi sei” le caratteristiche individuali (es. titolo di studio) determina un gradiente continuo: più bassa è l’istruzione, più alta è la mortalità. Il “Dove stai” (area geografica) che definisce come il contesto di vita, l’ambiente fisico e sociale amplifica ulteriormente i divari è causa di disuguaglianza. In questo caso penalizzando Sud e Isole rispetto al Nord.


Come leggere il grafico.
Il grafico mette in relazione due tipi di mortalità, trattabile e prevenibile, confrontati con la media italiana (posta uguale a 1.0):
Asse X (orizzontale) Mortalità trattabile: morti che si potrebbero evitare con cure mediche adeguate
Asse Y (verticale) Mortalità prevenibile: morti che si potrebbero evitare con interventi di prevenzione (stili di vita, politiche sanitarie, ecc.)
Un valore > 1 significa che quella popolazione muore più della media italiana; un valore < 1 significa che muore meno della media.
Le due nuvole di punti
♦️Rombi – Maschi
La nuvola maschile si posiziona in alto a destra, con valori generalmente superiori a 1 su entrambi gli assi: i maschi, specialmente quelli con basso titolo di studio e residenti al Sud/Isole, mostrano una mortalità significativamente più alta della media sia per cause trattabili che prevenibili.
🔴Cerchi – Femmine
La nuvola femminile si posiziona in basso a sinistra, con valori inferiori a 1: le donne muoiono generalmente meno della media italiana, su entrambe le dimensioni.
 
Cosa emerge chiaramente:
1. Il titolo di studio conta moltissimo.
Nessun titolo o licenza elementare (colore grigio scuro) → sempre in alto a destra = mortalità molto alta, sia trattabile che prevenibile.
Laurea o titolo superiore (colore rosso) → sempre in basso a sinistra = mortalità bassa.
Diploma e licenza media si distribuiscono in modo intermedio e graduale a conferma che il gradiente sociale è continuo: non c’è una soglia, ma una progressione costante.
2. La geografia amplifica le differenze.
Tra i punti con lo stesso titolo di studio:
– IS (Isole) e SU (Sud) tendono a posizionarsi più in alto e a destra → mortalità più alta;
– NO e NE (Nord) tendono a posizionarsi più in basso e a sinistra → mortalità più bassa;
– Questo illustra perfettamente il concetto di “Dove stai”: a parità di istruzione, vivere al Sud o nelle Isole comporta un rischio aggiuntivo.
 
La salute diseguale – Il messaggio chiave del grafico. 
Le due variabili — chi sei (titolo di studio) e dove stai (area geografica) — si sommano e interagiscono: il punto peggiore è quello di un maschio, senza titolo di studio, residente nelle Isole o al Sud; il punto migliore è quello di una donna, laureata, residente al Nord.
Questa figura ha due dimensioni fondamentali e interagenti che spiegano la salute disuguale lo svantaggio individuale, definito con il titolo di studio, e lo svantaggio del contesto descritto con la residenza.
– Chi sei — lo svantaggio individuale
La salute migliora al crescere delle risorse e competenze personali dipende quindi da “Chi sei”: livello di istruzione, reddito, qualificazione professionale. La mortalità diminuisce al crescere degli anni di scolarità e del reddito. In Italia, ad esempio, i laureati vivono in media 3,5 anni in più degli uomini con solo la licenza media, e 2,5 anni in più nel caso delle donne. La salute migliora progressivamente lungo tutta la scala sociale, senza soglie nette: è un gradiente continuo, non una divisione tra chi sta bene e chi sta male.
– Dove stai — lo svantaggio del contesto
La salute dipende dalla qualità del territorio e dell’ambiente di vita dipende quindi dal contesto in cui vivi quindi dal ”Dove stai”, ad esempio la qualità e la sicurezza dell’organizzazione del lavoro e della scuola, la coesione sociale della comunità, la salubrità e la bellezza dell’ambiente, qualità dei servizi. In Italia, nelle Regioni del Sud e delle Isole si aggiunge un anno in meno di aspettativa di vita rispetto al resto del Paese, a parità di titolo di studio. Il contesto amplifica le disuguaglianze esistenti: in un territorio svantaggiato, chi è già povero di risorse personali subisce un doppio svantaggio.
– L’interazione tra le due dimensioni
Le due facce non agiscono in modo indipendente: un contesto di vita favorevole (Dove stai adeguato) aiuta tutti, ma soprattutto chi ha meno risorse individuali, potenziando le loro capacità e migliorando il rendimento delle poche risorse disponibili. Al contrario, la promozione della salute individuale — come incentivare stili di vita sani — rischia di allargare le disuguaglianze se non è accompagnata da politiche di popolazione e da interventi sull’ambiente fisico e sociale. Le persone svantaggiate adottano più facilmente comportamenti rischiosi (fumo, alcol, sedentarietà) non per mancanza di volontà, ma in risposta al contesto e come meccanismo di adattamento allo stress psicosociale. Inoltre risponde meno bene alle azioni di prevenzione individuale perchè rinunciare a gratificazioni immediate richiede una capacità di controllo della propria vita che spesso chi è in difficoltà non può permettersi.

Conclusioni di Forhest.

Per ridurre davvero le disuguaglianze di salute serve un approccio di popolazione perché, come sappiamo, non basta intervenire solo sui più svantaggiati.
La prescrizione sociale — che connette i bisogni di salute con soluzioni non sanitarie — si inserisce proprio in questa strategia integrata, perché agisce sul Chi sei modificando i comportamenti ed aumentando le competenze ma agisce anche sul Dove sei facilitando l’accesso alle opportunità dell’ambiente ed espandendo le relazioni tra gli attori della comunità e quindi aumentando il capitale sociale.
Inserirsi in questo contesto significa che l’approccio individuale della prescrizione sociale può dare risultati solo se i promotori della salute portano avanti azioni di popolazione che agiscano sui determinanti della salute seguendo gli insegnamenti di Rose e le continue conferme della letteratura scientifica come è stato evidenziato da altri Maestri.

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