N.34 – 12 maggio 2026

Il gioco in natura: fondamento della crescita e del benessere dei bambini da 0 a 5 anni

Presentiamo un’idea di intervento operativo comune: “Il Gioco in Natura: Fondamento del Benessere e della Crescita nei Bambini (0-5 Anni)” che nasce da esperienze positive sviluppate in Italia ed in altri Paesi.  Con questo primo intervento vogliamo delineare un quadro teorico e definitorio di riferimento per creare interesse e una conoscenza comune tra i lettori di questa nostra newsletter. Qualora vi fosse interesse vorremmo proporre l’avvio di un’attività di co-progettazione per trasformare un’idea in una azione di successo. Continueremo, in questo e nei prossimi numeri con ulteriori approfondimenti.
 
e inoltre:
– Come combattere l’ansia con la “prescrizione sociale”.
– Promozione dell’attività fisica nelle scuole primarie del Quebec.
– Strumenti per la pianificazione della promozione della salute comunale: categorie chiave da considerare.
– La salute degli italiani dal 1990 al 2023: cosa ci dice la ricerca su alcuni fattori di rischio.
– Un convegno: “Una città per star Bene” Vicenza, 23 maggio 2026.

Il Gioco in Natura: Fondamento del Benessere e della Crescita nei Bambini (0-5 Anni).
Una proposta di intervento di Forhest.


PRIMA PARTE: inquadramento generale.

La prima infanzia, ovvero il periodo compreso tra 0 e 5 anni, rappresenta una fase critica per l’apprendimento e lo sviluppo umano. In questi anni, l’identità, le conoscenze e le abilità del bambino si evolvono significativamente, influenzate dalla famiglia, dalla cultura e dall’ambiente. Il gioco in natura, è fondamentale per promuovere un sano sviluppo fisico e mentale.
Garantire ai bambini tra 0 e 5 anni l’accesso al gioco in natura non è un lusso, ma un investimento critico per il futuro della società. In un’epoca dominata dalla tecnologia digitale e dalla restrizione degli spazi di libertà, restituire la natura all’infanzia significa proteggere la salute fisica, la stabilità emotiva e la capacità di resilienza delle nuove generazioni. È necessaria una leadership politica forte, supportata da pratiche educative consapevoli e famiglie informate, per trasformare ogni comunità in un ambiente favorevole alla crescita “selvatica” e felice dei nostri bambini.
 
L’impatto del gioco in natura sul benessere infantile.
Il gioco all’aperto non è semplicemente un’attività ricreativa, ma un motore primario dello sviluppo. I benefici si articolano su più dimensioni:
– Sviluppo Fisico e Salute: Gli ambienti naturali offrono spazio per il movimento, migliorando le capacità motorie grossolane e fini, l’equilibrio, la coordinazione e la forza muscolare. Inoltre, il contatto con la natura è associato a una migliore qualità del sonno e a una riduzione del rischio di obesità infantile.
– Benessere Emotivo e Mentale: La natura ha un effetto rigenerante, riducendo lo stress e migliorando l’umore. I bambini che giocano all’aperto mostrano una maggiore capacità di autoregolazione emotiva e riportano sentimenti di gioia, eccitazione e rilassamento.
– Resilienza e Gestione del Rischio: Il cosiddetto “gioco rischioso” o avventuroso (arrampicarsi, correre in pendenza) permette ai bambini di testare i propri limiti, valutare il pericolo e superare piccole sfide. Questo processo costruisce fiducia in se stessi, autonomia e resilienza, riducendo la probabilità di sviluppare ansia in futuro.
– Apprendimento e Cognizione: Gli ambienti naturali sono ricchi di stimoli sensoriali che alimentano la curiosità e la creatività. Attraverso il gioco libero, i bambini risolvono problemi, esercitano il processo decisionale e approfondiscono la loro conoscenza ecologica.
– Socializzazione: Il gioco in natura tende a essere collaborativo. I bambini imparano a cooperare, negoziare regole, risolvere conflitti e sviluppare empatia attraverso l’interazione con i coetanei in contesti meno rigidi rispetto a quelli indoor.

I passi per definire un programma di promozione del gioco in natura.
Per implementare con successo un programma rivolto alla fascia 0-5 anni, è necessario seguire alcuni passaggi strategici:
– Valutazione del Contesto e dei Bisogni: Analizzare l’accesso agli spazi verdi locali e identificare le barriere specifiche delle famiglie (distanza, preoccupazioni per la sicurezza, mancanza di tempo).
– Definizione degli Obiettivi di Benessere: Un programma efficace non deve solo “portare i bambini fuori”, ma concentrarsi sulla qualità dell’esperienza, sulla frequenza delle visite e sulla durata della permanenza in natura.
– Formazione del Personale e dei Caregiver: Professionisti della prima infanzia e genitori devono essere formati per comprendere i benefici del gioco in natura e come supportare l’autonomia del bambino senza interferire eccessivamente.
– Creazione o Potenziamento di Spazi “Verdi”: Anche in contesti urbani densi, è possibile “rinverdire” aree esistenti aggiungendo elementi naturali come tronchi, sabbia, piante in vaso o “cucine di fango” per stimolare il gioco sensoriale.
– Integrazione tra Salute e Educazione: Promuovere il “gioco su prescrizione” attraverso la collaborazione con pediatri e servizi sanitari, riconoscendo il tempo all’aperto come un fattore di salute pubblica.

Azioni pratiche per qualificare i ruoli chiave.
Il successo di una cultura del gioco in natura dipende da un’azione coordinata tra diversi attori: genitori, scuola, amministrazioni locali, comunità.
 
Per i Genitori:
– Fornire tempo regolare all’aperto: Anche brevi passeggiate quotidiane o tempo trascorso in un cortile o balcone possono fare la differenza.
– Modificare il linguaggio: Sostituire frasi cautelative costanti (es. “fai attenzione”, “non salire troppo in alto”) con un supporto che incoraggi l’autovalutazione del rischio da parte del bambino.
– Rinverdire la casa: Introdurre elementi naturali mobili (pigne, pietre, foglie) o piccole aree per scavare e giocare con l’acqua.
– Modellare il comportamento: Mostrare ai figli che anche gli adulti apprezzano e rispettano la natura, partecipando attivamente alle attività all’aperto.

Per la Scuola (servizi per i bambini da 0 a 5 anni):

– Pedagogia outdoor: Integrare il contatto con la natura nel curriculum quotidiano, non solo come intervallo ma come sede primaria di apprendimento.
– Trasformazione degli spazi: Eliminare superfici di asfalto a favore di erba, sabbia e aree piantumate che offrano habitat diversi e materiali naturali per il gioco.
– Formazione continua: Assicurarsi che tutto il personale riceva formazione specifica su come gestire il gioco in natura e condurre valutazioni dinamiche dei rischi.
– Apertura alle famiglie: Organizzare sessioni di “Stay and Play” in natura per coinvolgere i genitori e costruire la loro fiducia nel gioco all’aperto.

Per le Amministrazioni Locali (tecnici ed amministratori):

– Pianificazione urbana a misura di bambino: Progettare quartieri dove ogni famiglia viva a meno di 10 minuti a piedi da uno spazio verde sicuro.
– Dovere di adeguatezza del gioco (Play Sufficiency Duty): Valutare periodicamente la quantità e qualità degli spazi di gioco e garantire investimenti per la loro manutenzione.
– Sicurezza e mobilità: Implementare misure di moderazione del traffico (es. “School Streets”) per permettere ai bambini piccoli e ai loro accompagnatori di muoversi in sicurezza verso i parchi.
– Rimozione dei divieti: Eliminare cartelli come “vietato giocare a palla” o “non calpestare l’erba” per rendere gli spazi pubblici più accoglienti.

Per la Comunità:
– Play Streets: Promuovere la chiusura temporanea di strade residenziali al traffico per trasformarle in aree di gioco libero e incontro sociale.
– Reti di supporto: Creare “Family Hubs” o centri per le famiglie che offrano ludoteche naturali e organizzino gruppi di gioco all’aperto.
– Accesso condiviso: Incoraggiare le scuole ad aprire i propri giardini alla comunità durante i fine settimana e le vacanze, massimizzando l’uso delle risorse locali.
– Campagne di sensibilizzazione: Educare la comunità sui diritti dei bambini al gioco e al movimento, contrastando la cultura della diffidenza verso il gioco rumoroso o “sporco”.

SECONDA PARTE: le definizioni di Nature Play
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1. Definizioni di base

Questa prima tipologia definisce il nature play in modo essenziale: si tratta di un gioco libero, non strutturato e guidato dal bambino, che si svolge in un ambiente naturale. Il bambino è il protagonista assoluto: è lui a decidere cosa fare, come farlo e per quanto tempo. Un esempio emblematico è la definizione di Änggård (2016), che descrive il nature play come l’insieme delle attività che i bambini svolgono quando sono liberi di decidere autonomamente cosa fare in ambienti naturali. Questa prospettiva mette al centro la libertà e l’autonomia del bambino, valorizzando il gioco spontaneo come forma privilegiata di esplorazione.

2. Definizioni centrate sulla natura.

Il secondo tipo di definizione amplia e arricchisce la prospettiva di base, includendo riferimenti espliciti agli elementi naturali con cui i bambini interagiscono. Non si parla più solo di “essere in natura”, ma di giocare con la natura: arrampicarsi su rocce, rotolare su colline, osservare insetti, giocare con acqua, fango, sabbia, bastoncini, pigne e foglie. Un esempio di riferimento è la definizione di Outdoor Play Canada, che descrive il nature play come una forma di gioco che si svolge in ambienti naturali e/o coinvolge elementi naturali. Questa prospettiva è particolarmente utile per i professionisti perché fornisce indicazioni concrete su quali materiali e ambienti rendere disponibili ai bambini.

3. Definizioni centrate sull’esperienza.

Il terzo approccio sposta l’attenzione dalle attività alle esperienze vissute dal bambino durante il gioco in natura. Ciò che conta, in questa prospettiva, non è tanto cosa il bambino fa, ma come si sente mentre lo fa. Il nature play viene descritto come un’esperienza aperta, creativa e ricca di emozioni positive: curiosità, gioia, entusiasmo, amore per la scoperta, propensione al rischio controllato. La definizione di Ernst & Burcak (2019) è particolarmente rappresentativa: il nature play è un’interazione libera, non strutturata e aperta con la natura, che offre ai bambini l’opportunità di assumersi rischi, impegnarsi attivamente nell’ambiente circostante, risolvere problemi ed esprimere creatività. Questa visione è preziosa perché ricorda che il valore del gioco in natura non è solo cognitivo o fisico, ma profondamente emotivo e relazionale.

4. Definizioni orientate all’apprendimento.

Il quarto e ultimo tipo di definizione enfatizza la dimensione educativa e formativa del nature play. La natura viene qui concepita come un contesto di apprendimento ricco e stimolante, in cui i bambini sviluppano competenze fisiche, sociali e cognitive. Moore (2014) definisce il nature play come un processo di apprendimento che coinvolge i bambini nel lavorare insieme per sviluppare abilità fisiche, esercitare l’immaginazione, stimolare l’espressione creativa e iniziare a comprendere il funzionamento del mondo. In questa prospettiva, il gioco in natura non è semplicemente un’attività ricreativa, ma un veicolo privilegiato di sviluppo globale del bambino.

Conclusione.
Le quattro definizioni non sono in contraddizione tra loro: sono piuttosto prospettive complementari che insieme restituiscono la ricchezza e la complessità del nature play. Giocare in natura significa allo stesso tempo essere nella natura, interagire con essa, vivere esperienze significative e imparare attraverso di esse. Le evidenze scientifiche, pur con alcuni limiti metodologici, indicano chiaramente che il contatto con la natura supporta il benessere sociale, emotivo, fisico e cognitivo dei bambini, rendendo il nature play una pratica preziosa e da promuovere attivamente.

Come combattere l’ansia con la Prescrizione sociale.

Caterina Seia. Come combattere l’ansia senza farmaci con la “prescrizione sociale”. IBSA Foundation for Scientific Research. 26 luglio 2022

La Prescrizione sociale rappresenta un approccio olistico e intersettoriale alla salute, capace di costruire comunità più sane e sostenibili. Tuttavia, per passare da esperienze positive isolate a un cambiamento strutturale, è necessario trasformare i singoli progetti in politiche sistematiche, garantendo un’adozione stabile e diffusa di questi strumenti nel sistema sanitario e culturale.

Il contesto: una crisi globale dell’ansia.
L’ansia è diventata una delle principali emergenze sanitarie del nostro tempo. Sebbene la pandemia da Covid-19 ne abbia accelerato la diffusione, le sue radici affondano nelle trasformazioni sociali avvenute a partire dall’inizio del millennio.
I dati raccolti durante la pandemia hanno reso il quadro ancora più preoccupante. Il rapporto CDC dell’agosto 2020 segnalava un aumento del 50% dei sintomi di ansia, depressione, stress e pensieri suicidi nel periodo aprile-giugno 2020 rispetto all’anno precedente. L’OMS ha poi confermato, nel 2022, un incremento del 25% di ansia e depressione nella popolazione mondiale nel solo primo anno di pandemia.
A questi dati globali si aggiungono quelli europei e italiani: in Belgio l’ansia è raddoppiata, passando dall’11% al 23%; in Francia la situazione è analoga; nei Paesi Bassi più di un terzo della popolazione ha riferito sintomi di ansia e problemi di sonno. In Italia, secondo i dati ISTAT 2022, nel 2021 ben il 40% della popolazione era a rischio depressione, e 8 persone su 10 hanno dichiarato di aver bisogno di supporto psicologico.

La risposta: la Prescrizione sociale.
Di fronte a questa crisi, molti paesi stanno sperimentando un approccio innovativo: la Prescrizione sociale. Si tratta di una modalità che integra l’assistenza sanitaria tradizionale con servizi sociali e culturali, con l’obiettivo di agire sulle determinanti sociali della salute attraverso percorsi personalizzati e radicati nella comunità locale.
Il principio di fondo è semplice ma rivoluzionario: il benessere non dipende solo dalle cure mediche, ma anche dalla partecipazione culturale, dalla socialità e dal senso di appartenenza a una comunità.

L’esperienza italiana: Sciroppo di Teatro.
Un esempio virtuoso arriva dall’Italia, precisamente dall’Emilia-Romagna, con il programma “Sciroppo di Teatro“, nato da una collaborazione tra la Regione e ATER (Fondazione che gestisce 11 teatri locali). Nei primi cinque mesi di attività, 12.000 bambini tra i 3 e gli 8 anni hanno avuto accesso agli spettacoli teatrali grazie a voucher “prescritti” dai loro pediatri di base o dai farmacisti di fiducia.
Il progetto ha messo in rete oltre 150 pediatri, 236 farmacie e 40 realtà teatrali in 24 città. Circa il 50% dei posti disponibili è stato coperto grazie a questa forma di prescrizione. Il successo dell’iniziativa ne ha spinto l’estensione a livello nazionale. La motivazione è chiara: il teatro stimola l’immaginazione, la socialità e la gestione delle emozioni, elementi fondamentali per la salute mentale dei bambini e delle loro famiglie, duramente colpite dalle ripercussioni psicologiche della pandemia.

Il modello britannico e le buone pratiche europee.
L’esperienza più consolidata in Europa è quella del Regno Unito, seguito da numerosi altri paesi come Stati Uniti, Canada, Australia, Irlanda e Paesi Scandinavi. Tra i programmi più innovativi spicca Eno Breathe, sviluppato dall’Imperial College Healthcare NHS per i pazienti con sintomi long Covid, in particolare dispnea e ansia. Il programma combina competenze mediche e musicali per migliorare la respirazione attraverso il canto, con un percorso gratuito di sei settimane in formato digitale.
L’efficacia del canto è confermata anche dalla ricerca “Melodies for Mums” (Royal College of Music e Imperial College of London): il 73% delle donne con depressione post-partum coinvolte nel programma ha mostrato miglioramenti significativi, con maggiore vicinanza al neonato e una riduzione del cortisolo, l’ormone dello stress.
Un altro programma degno di nota è Performing Medicine, pensato per contrastare il burnout tra medici e professionisti sanitari, unendo formazione artistica e consapevolezza emotiva, con risultati documentati in termini di resilienza, capacità di ascolto e lavoro in team.

Promozione dell’attività fisica nelle scuole primarie del Quebec.


Erin K O’Loughlin, Maryam Marashi, Robert J Wellman, Annie Pelekanakis, Isabelle Doré, Jennifer L O’Loughlin, Physical activity promotion in Quebec primary schools: equity, intervention practices, and areas for improvement, Health Promotion International, Volume 41, Issue 1, February 2026, daag004

La scuola è un setting fondamentale e privilegiato per promuovere l’attività fisica nei bambini, con un potenziale reale di riduzione delle disuguaglianze sanitarie. Tuttavia, per avere impatti concreti, è necessario rafforzare la qualità dei programmi agendo su quattro leve principali: coinvolgere attivamente gli studenti nella progettazione degli interventi, investire nella formazione del personale interno, privilegiare strutture multi-sessione rispetto a eventi isolati e introdurre sistemi di valutazione formale. 

Il contesto: un problema globale.
L’attività fisica regolare fin dall’infanzia è un indicatore fondamentale di salute e benessere per tutta la vita. I benefici sono ampiamente documentati: migliori risultati fisici, emotivi e accademici, riduzione del rischio di malattie croniche in età adulta e sviluppo di abitudini salutari durature. Eppure, nonostante queste evidenze, la maggior parte dei bambini non raggiunge i livelli raccomandati dall’OMS, ovvero almeno 60 minuti al giorno di attività fisica moderata o intensa. In Canada, nel 2024, solo il 39% dei bambini e adolescenti ha rispettato questa indicazione, e appena il 4% ha soddisfatto le linee guida canadesi per il “movimento nelle 24 ore”. A queste medie si aggiungono significative disuguaglianze legate allo status socioeconomico, che rendono il problema ancora più complesso.

La scuola come setting privilegiato per la promozione dell’attività fisica.
Tra i diversi ambienti in cui è possibile intervenire, la scuola occupa una posizione strategica e unica. A differenza delle attività extracurriculari opzionali, gli interventi scolastici per la promozione della salute legati all’attività fisica (PA-HPI) sono generalmente gratuiti, integrati nella giornata scolastica e accessibili a tutti gli studenti, indipendentemente dal loro contesto familiare o socioeconomico. Questo li rende strumenti potenzialmente in grado non solo di aumentare i livelli di attività fisica, ma anche di ridurre le disuguaglianze sanitarie.
Lo studio PromeSS, condotto su 171 scuole primarie del Quebec (Canada), ha analizzato proprio questo: da un lato, la disponibilità di strutture e opportunità per l’attività fisica nelle scuole in base al livello di deprivazione socioeconomica (Studio 1); dall’altro, in che misura i programmi di promozione dell’attività fisica già implementati incorporassero componenti e processi dimostrati efficaci dalla ricerca scientifica (Studio 2).
I risultati dello Studio 1 sono incoraggianti dal punto di vista dell’equità: le strutture fisiche (palestre, spazi aperti, accesso a impianti comunitari) erano percepite come adeguate e sostanzialmente equivalenti in tutte le scuole, indipendentemente dal livello socioeconomico. Nelle scuole più svantaggiate, addirittura, le partnership con organizzazioni comunitarie sembravano compensare eventuali carenze interne (65% contro il 56-62% delle scuole più avvantaggiate). Questo dato suggerisce che le politiche provinciali del Quebec orientate all’equità delle risorse stiano producendo effetti positivi. Tuttavia, l’accesso alle strutture al di fuori dell’orario scolastico (serate, weekend, festività) rimane limitato in tutte le tipologie di scuola, indicando un’area di miglioramento che richiederebbe una collaborazione più stretta tra istituti scolastici e comunità locali.

Gli elementi che facilitano e migliorano i programmi di attività fisica scolastica.
Lo Studio 2 ha esaminato 99 PA-HPI identificati nelle scuole partecipanti, valutandone l’allineamento con 16 componenti e processi supportati empiricamente, derivati da revisioni sistematiche della letteratura scientifica. I risultati rivelano un quadro a luci e ombre, con alcuni punti di forza già presenti e diverse lacune significative da colmare.

Punti di forza già presenti.
Quasi la totalità delle scuole (98%) ha dimostrato che i propri programmi erano allineati con la missione e i valori dell’istituto, elemento considerato fondamentale per garantire la sostenibilità degli interventi. Il 96% dei programmi affrontava competenze fondamentali multiple (autostima, gestione delle emozioni, interazioni sociali positive), e l’86% coinvolgeva insegnanti e personale scolastico nella pianificazione. Queste caratteristiche costituiscono una solida base su cui costruire interventi più efficaci.

Aree critiche e opportunità di miglioramento
Tuttavia, lo studio mette in luce quattro aree critiche in cui i programmi risultano sistematicamente carenti.
– Coinvolgimento degli studenti: solo il 13% dei programmi ha incluso studenti o peer nella progettazione o nell’erogazione degli interventi. Si tratta della lacuna più significativa, poiché la ricerca dimostra che il coinvolgimento diretto dei giovani aumenta la rilevanza, l’accettabilità e l’efficacia degli interventi. L’OMS stessa raccomanda un coinvolgimento significativo dei ragazzi per garantire che i programmi rispondano ai loro reali bisogni.
– Formazione del personale interno: solo il 35% delle scuole aveva fornito una formazione specifica agli animatori interni (insegnanti e figure scolastiche). Senza una preparazione adeguata, le scuole rischiano di dipendere eccessivamente da partner esterni, la cui disponibilità può essere variabile e discontinua. I programmi di formazione efficaci dovrebbero essere brevi, fondati su teorie comportamentali e includere pratiche attive come modellazione, esercitazione e feedback.
– Struttura multi-sessione: appena il 42% dei programmi era strutturato come un percorso a più sessioni continuativo. La maggior parte si basava su eventi singoli o attività isolate. Le evidenze scientifiche sono chiare: gli interventi sostenuti e ripetuti nel tempo sono significativamente più efficaci nel promuovere l’attività fisica rispetto agli eventi una tantum, perché favoriscono la costruzione di routine, competenze e continuità comportamentale.
– Valutazione formale dei risultati: solo il 35% delle scuole conduceva una valutazione strutturata dei propri programmi. Senza un monitoraggio sistematico, è difficile migliorare gli interventi, dimostrarne l’efficacia e giustificare gli investimenti. Strumenti come lo School Health Index dei CDC potrebbero supportare le scuole in questo processo, riducendo la dipendenza da valutatori esterni.

Strumenti per la pianificazione della promozione della salute comunale: categorie chiave da considerare.


Patricia Tollmann, Michelle Baus, Pia Rangnow, Tim Rossenbach, Ines Schönfeld, Eike Quilling, Tools for municipal health promotion planning—A Group Delphi study to facilitate decision-making, Health Promotion International, Volume 41, Issue 1, February 2026, daag024 

Questo studio, condotto tramite il Metodo Group Delphi, identifica 11 categorie chiave per descrivere e valutare gli strumenti di pianificazione della promozione della salute a livello municipale. Le categorie — tra cui gruppo target, risorse, supporto, metodi partecipativi e idoneità pratica — forniscono un framework strutturato per aiutare i professionisti locali a selezionare lo strumento più adatto alle proprie esigenze. L’obiettivo è semplificare il processo decisionale, risparmiare risorse e migliorare l’efficacia della pianificazione sanitaria locale.

Contesto
La promozione della salute a livello locale rappresenta un elemento fondamentale per il benessere delle comunità, come sottolineato dalla .Carta di Ginevra per il Benessere (OMS 2021), che invoca un’azione coordinata per sviluppare politiche pubbliche sane. In questo quadro, i comuni svolgono un ruolo centrale, soprattutto quando i processi di promozione della salute sono coordinati in modo centralizzato e seguono l’approccio Health in All Policies (HiAP), che integra la dimensione sanitaria in tutte le aree politiche — dall’istruzione alla pianificazione urbana, dagli affari sociali alla mobilità.
Per attuare concretamente questi principi, i coordinatori comunali si avvalgono di strumenti di pianificazione, intesi come guide strutturate che supportano lo sviluppo di strategie intersettoriali e basate sull’evidenza. Tali strumenti possono assumere diverse forme: toolkit, linee guida, quaderni di lavoro, guide alla pianificazione e strumenti di monitoraggio integrati, ciascuno con caratteristiche, ambiti e obiettivi differenti.
Lo studio ha identificato quali attributi degli strumenti di pianificazione sono considerati più rilevanti dai professionisti sanitari per prendere decisioni informate.  Per rispondere a questa esigenza, lo studio ha adottato il Metodo Group Delphi, un approccio partecipativo che coinvolge esperti interdisciplinari in un processo strutturato di costruzione del consenso. Lo studio ha evidenziato 11 categorie chiave per descrivere gli strumenti di pianificazione.

Categorie chiave da considerare
1. Gruppo Target. Descrive chiaramente a chi è destinato lo strumento, ovvero la popolazione o il gruppo specifico verso cui è orientata l’azione di promozione della salute (es. anziani, bambini, popolazione generale).
2. Setting (Contesto/Ambiente). Indica l’ambiente o il contesto in cui lo strumento viene applicato, ad esempio quartieri urbani, scuole, ambienti lavorativi o spazi pubblici.
3. Risorse. Fornisce una descrizione complessiva delle risorse necessarie per applicare lo strumento, includendo risorse umane, temporali e finanziarie, così da aiutare i professionisti a valutare la fattibilità concreta.
4. Supporto. Descrive il supporto disponibile durante l’applicazione dello strumento, come assistenza tecnica, consulenza, accompagnamento da parte degli sviluppatori o di esperti esterni.
5. Materiali di accompagnamento. Elenca i materiali di supporto disponibili (guide, moduli, esempi pratici) e i collegamenti a risorse aggiuntive utili per l’implementazione.
6. Metodi Partecipativi. Descrive come e in che misura lo strumento coinvolge i cittadini e le parti interessate nel processo di pianificazione, un elemento fondamentale nella promozione della salute.
7. Collaborazione Intersettoriale. Illustra come lo strumento favorisce la collaborazione tra diversi settori (sanità, istruzione, urbanistica, servizi sociali), elemento chiave dell’approccio HiAP.
8. Analisi delle Strutture Esistenti. Descrive in che modo lo strumento tiene conto delle strutture, delle risorse e delle condizioni già presenti nel contesto municipale, evitando di partire da zero.
9. Valutazione dei Bisogni. Indica se e come lo strumento include procedure per analizzare e rilevare i bisogni della comunità locale, prima di avviare la pianificazione.
10. Base di Evidenze. Specifica il fondamento scientifico e metodologico su cui lo strumento è stato sviluppato, distinguendo questa categoria dall’efficacia misurata in fase applicativa.
11. Idoneità Pratica. Valuta se lo strumento è concretamente applicabile con una soglia bassa di accesso, ovvero se è realisticamente utilizzabile dai professionisti municipali nelle condizioni ordinarie di lavoro. È la categoria che ha ottenuto il punteggio massimo (10/10) nel Delphi.

La salute degli italiani dal 1990 al 2023: cosa ci dice la ricerca su alcuni fattori di rischio.


Zamagni G, Carreras G, Armocida B et al. National and subnational burden of disease attributable to risk factors in Italy, 1990–2023: a systematic analysis from the Global Burden of Disease Study 2023- The Lancet Public Health, 11, e293-e305

Questo studio fotografa la salute degli italiani analizzando alcuni classici fattori di rischio negli ultimi 30 anni. Il messaggio finale è chiaro: abbiamo fatto progressi, ma il lavoro non è finito. Per ridurre ulteriormente le malattie evitabili, servono politiche mirate, che tengano conto delle differenze tra regioni, tra uomini e donne, e che affrontino non solo i comportamenti individuali, ma anche le condizioni sociali, economiche e ambientali in cui le persone vivono ogni giorno.
Lo studio analizza come sono cambiati, nel corso di oltre trent’anni, alcuni dei classici principali fattori di rischio per la salute della popolazione italiana. I ricercatori hanno usato i dati del Global Burden of Disease Study 2023, uno dei più grandi progetti di ricerca epidemiologica al mondo, per capire quanto fumo, obesità, pressione alta, alcol e inquinamento abbiano influenzato la salute degli italiani.
Per misurare il peso delle malattie, gli studiosi hanno usato i DALY (anni di vita persi o vissuti con disabilità): più DALY corrispondono a più salute persa.


Alcuni fattori di rischio sono stati ridotti.
Tra il 1990 e il 2023, la quota di malattie riconducibile a questi classici fattori di rischio modificabili è diminuita: dal 52% al 42% negli uomini, e dal 40% al 35% nelle donne. Questo indica che molti dei rischi “evitabili” sono stati effettivamente ridotti nel tempo. I fattori comportamentali — come fumo e alcol — sono calati in tutte le regioni e in entrambi i sessi. Anche i fattori ambientali: inquinamento dell’aria e cancerogeni professionali si sono ridotti in modo importante. È un segnale positivo e dimostra che i fattori di rischio se aggrediti possono essere ridotti.

I rischi metabolici restano alti, e al Sud crescono.
Nonostante i miglioramenti, i rischi metabolici — come obesità, pressione alta, glicemia elevata e colesterolo — continuano a pesare moltissimo sulla salute degli italiani. E mentre al Nord si registra una riduzione, al Sud e nelle Isole questi rischi sono addirittura aumentati, sia negli uomini che nelle donne. Questo è uno dei dati più preoccupanti dello studio.

Negli uomini.
Il fumo è ancora il fattore di rischio numero uno in tutte le regioni italiane. Al secondo posto troviamo la pressione sanguigna alta, seguita da obesità, glicemia elevata e inquinamento atmosferico. Rispetto al 1990, il fumo è calato del 47,5% a livello nazionale — una riduzione importante — ma al Sud e nelle Isole il calo è stato molto più lento.
Un dato allarmante riguarda l’obesità (BMI elevato): tra gli uomini è aumentata del 40% rispetto al 1990, con picchi del 70% al Sud. Anche la glicemia alta (spia del diabete) è in crescita.

Nelle donne.
Nelle donne il quadro è diverso. Il nemico principale è la pressione alta, seguita da obesità e glicemia elevata. Il fumo è meno diffuso rispetto agli uomini, ma il suo calo è stato più lento — probabilmente perché le strategie di marketing delle industrie del tabacco hanno preso di mira maggiormente le donne.
Preoccupa l’aumento dell’obesità (+38% rispetto al 1990) e della disfunzione renale, spesso legata proprio al diabete e all’ipertensione. Nelle Isole, l’obesità è addirittura diventata il primo fattore di rischio per le donne.

Il divario Nord-Sud: un problema che non si può ignorare.
Uno dei messaggi più chiari dello studio è la differenza geografica tra le diverse aree del paese. Le regioni del Nord mostrano miglioramenti più marcati rispetto al Sud e alle Isole, soprattutto per quanto riguarda il fumo e i rischi metabolici.
Questa differenza non è casuale: è fortemente legata alle condizioni socioeconomiche. Le regioni con un livello di sviluppo più basso (misurato con un indicatore che considera reddito, istruzione e altri fattori) mostrano un carico maggiore di malattie legate ai rischi metabolici. In altre parole, dove si vive peggio dal punto di vista economico e sociale, ci si ammala di più — e non per caso.
Non si possono migliorare le condizioni di salute al Sud senza affrontare anche le cause sociali ed economiche che le determinano.

Obesità e il diabete.
La crescita costante di questi rischi è molto preoccupante, soprattutto al Sud. Non basta dire alle persone di mangiare meglio e fare più sport: bisogna agire sull’ambiente in cui vivono, rendendo più accessibili cibi sani, spazi verdi e trasporti attivi. Le politiche fiscali — come tasse su bevande zuccherate, tabacco e alcol — sono strumenti efficaci e relativamente rapidi da implementare. In Italia, le tasse sul tabacco sono ancora più basse rispetto ad altri paesi europei.

Inquinamento atmosferico.
Nonostante un calo significativo, le polveri sottili (PM2.5) restano un fattore di rischio rilevante per entrambi i sessi. Le politiche ambientali come il Green Deal europeo possono portare benefici concreti alla salute pubblica. 

Un convegno: Una Città per star Bene.


Sabato 23 Maggio 2026. Ore 8.30-14.00
Centro Diocesano A. Onisto – Viale Rodolfi 14-16, Vicenza.


IL PROGRAMMA:

8.30 Apertura e Saluti autorità
Francesco Lazzari – Fondazione ROI, Giovanni Luigi Fontana – Accademia Olimpica, Giovanni Diamanti – Fondazione Monte di Pietà,
Massimiliano Zaramella – Comune di Vicenza

9.00 Introduzione – Dai determinanti della salute ai Progetti di Comunità
Carlo Simionato  -Tavolo salute e benessere Vicenza

9.10 Il Benessere Equo e Sostenibile
Alessandro Tinto – ISTAT

9.50 La salute globale e la Rete Italiana Marmot Cities
Raffaella Bucciardini – ISS

10.30 La Rete Italiana Città Sane OMS
Annamaria Molino – Comune di Verona Rete Città Sane – OMS

11.00 Coffee break

11.15 Prevenzione e Promozione della Salute: i progetti del Comune di Padova
Ivo Tiberio – Comune di Padova

11.45 Il Piano della Salute Locale: l’esperienza del Comune di Lodi
Silvana Cesani – Comune di Lodi

12.15 Idee per Vicenza
Tavolo per la salute ed il Benessere Vicenza – Comune di Vicenza

13.00 Conclusioni

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