
N. 38- 7 agosto 2026
Costruire la salute in città
Le città plasmano rischi e opportunità: possono favorire la salute e il benessere, oppure concentrare pericoli, approfondire le disuguaglianze, amplificare le vulnerabilità.
Affrontare il tema della salute urbana in modo strategico, con un progetto integrato e di lungo periodo permette di superare questi rischi e di liberare l’enorme potenziale delle città per la salute e l’equità sanitaria.
In questo numero di Ottawa presentiamo una riflessione sull’importanza di costruire fiducia per sviluppare città a misura di anziano (ma non solo) e 2 esperienze di successo, una grande che a Barcellona interessa tutta la città e una piccola in un quartiere di Padova, accumunate dall’azione collettiva e dal coinvolgimento della comunità.
e inoltre:
– La prescrizione sociale nelle cure primarie svedesi: cosa funziona e cosa no.
– Il commento di Forhest: La prescrizione sociale non è un modello di prescrizione clinica.
– Il gioco all’aperto precoce è associato allo sviluppo della mente infantile.
– Mental Motor Training e cervello che apprende.
Costruire fiducia per città e comunità a misura di anziani.
Drilling, M., Winship, P., Salomoni, A. F., & Sharq, A. Trust-building for age friendly cities and communities. ZHAW Zürcher Hochschule für Angewandte Wissenschaften.
L’articolo analizza il ruolo cruciale della fiducia nello sviluppo di città e comunità a misura di anziano, definendola come il presupposto essenziale per una partecipazione autentica, esplorando modelli di azione collettiva e di assistenza reciproca e citando esempi pratici come le iniziative di quartiere in Brasile e ad Hong Kong. Gli autori sostengono che le istituzioni debbano superare il coinvolgimento puramente formale per condividere il potere decisionale con i residenti più vulnerabili. Viene inoltre presentata una struttura per misurare la credibilità istituzionale attraverso diverse tipologie di relazioni sociali e politiche. In sintesi, il testo esorta i pianificatori urbani a investire in rapporti a lungo termine per garantire un’inclusione reale e duratura della popolazione anziana.
La fiducia come pilastro fondamentale.
Per i pianificatori e i decisori politici, la fiducia rappresenta la precondizione fondamentale per lo sviluppo di città amiche degli anziani. Senza di essa, i cittadini tendono a disimpegnarsi: non partecipano ai processi decisionali, ne mettono in discussione la legittimità e dubitano delle promesse fatte nei contesti partecipativi. Al contrario, la costruzione della fiducia abilita un’inclusione autentica, garantisce che nessuno venga lasciato indietro e permette di valorizzare l’esperienza vissuta dei cittadini. Essa trasforma la pianificazione urbana da un esercizio “dall’alto verso il basso” (top-down) a un processo collaborativo basato sulla reciprocità. In quanto investimento sociale, la fiducia genera risultati immediati e costruisce una legittimità a lungo termine, trasformando le buone intenzioni in esiti equi e sostenibili.
L’azione collettiva e il coinvolgimento delle comunità.
L’articolo evidenzia come la fiducia cresce dove le persone co-producono attivamente i propri ambienti e sistemi di supporto attraverso lo sforzo condiviso, la cooperazione reciproca e la cura collettiva. Un esempio citato è il concetto brasiliano di mutirão, un’azione collettiva non monetizzata in cui la comunità si unisce per affrontare bisogni comuni, come la costruzione di infrastrutture o la cura degli altri. Questi processi sono tipicamente autorganizzati, non gerarchici e basati sulla reciprocità, dove ogni partecipante è al contempo contributore e beneficiario. La fiducia viene costruita attraverso la cooperazione ripetuta, la responsabilità condivisa e una visibile interdipendenza: si tratta di una fiducia che nasce “agendo insieme” e sostenendo le relazioni nel tempo.
Nuove relazioni e condivisione del potere.
Per creare città a misura di anziano, è cruciale stabilire relazioni nuove e più strette tra i diversi attori della comunità. La fiducia è definita come una qualità relazionale e processuale che lega chi vive, lavora e modella la vita urbana. Tuttavia, essa è spesso distribuita in modo diseguale: fornitori di servizi, organizzazioni comunitarie e gli stessi anziani spesso sentono che le proprie voci sono ignorate.
Una partecipazione vera richiede di ridistribuire il potere decisionale.
Questo significa:
– Spostarsi oltre la partecipazione simbolica: Assicurarsi che il coinvolgimento dei cittadini sia consequenziale e che i loro contributi modellino effettivamente le decisioni.
– Condividere il potere nella pratica: Lavorare con le comunità come partner paritari, allineando le decisioni agli interessi collettivi e rendendo trasparenti i vincoli e i compromessi necessari.
– Co-progettare gli interventi: La fiducia aumenta quando le istituzioni condividono il potere e permettono alle comunità di avere il controllo a lungo termine sui beni locali.
Affrontare la complessità attraverso rapporti di breve periodo.
L’invecchiamento di qualità è una sfida complessa, influenzata da fattori strutturali economici, sociali, ambientali e relazionali. Promuoverlo richiede interventi integrati che riducano le disuguaglianze, favoriscano l’inclusione sociale e sostengano autonomia, salute e partecipazione attiva delle persone anziane. Per le popolazioni anziane svantaggiate, la sfiducia è una barriera centrale che limita l’impatto delle politiche a loro favore. In tali contesti, la diffidenza non è irrazionale, ma spesso giustificata da esperienze vissute di esclusione.
Per migliorare questa situazione, non bastano consultazioni una tantum, è necessario investire in relazioni di lungo periodo. La fiducia è fragile: si perde facilmente ed è difficile da ricostruire. Richiede che le istituzioni mantengano le promesse, comunichino in modo trasparente e restino aperte al dialogo anche oltre la durata di singoli progetti.
L’articolo suggerisce di istituzionalizzare le pratiche inclusive attraverso:
– Monitoraggio continuo: Misurare la fiducia a diversi livelli (interpersonale, civica, istituzionale) per comprendere come essa circoli nell’intero sistema.
– Presenza quotidiana: La fiducia cresce dove la cura è inserita negli ambienti di tutti i giorni. Un esempio è il distretto di Wah Fu a Hong Kong, dove negozi e residenti collaborano come “punti sicuri” per supportare le persone con demenza nella loro vita quotidiana.
– Responsabilità e ”Dar seguito” ( Follow-through): Le istituzioni devono dimostrare che il contributo dei cittadini continua a influenzare le decisioni nel tempo e”dar seguito” si riferisce alla coerenza tra le promesse fatte e le azioni effettivamente compiute dalle istituzioni.
Conclusione.
In conclusione, costruire città amiche degli anziani richiede un impegno costante verso l’equità e la legittimità. Trasferire la responsabilità e il controllo dei beni pubblici ai gruppi comunitari, come nel caso dei giardini condivisi a Manchester, è un modo pratico per condividere il potere e ricostruire la fiducia, specialmente nelle aree marginalizzate. Solo attraverso un’azione collettiva duratura e una partecipazione che incida realmente sui processi decisionali è possibile creare comunità in cui gli anziani si sentano parte integrante e valorizzata del tessuto urbano.
Barcellona: una visione sistemica del Gioco come infrastruttura urbana.
Ajuntament de Barrcelona, En col-laboraciò amb Institut Infancia i Adolesencia. Pla del joc a l’espai públic de Barcelona amb horitzò 2030. Barcelona 2019.
La strategia urbanistica di Barcellona intende trasformare la metropoli in uno spazio a misura di bambino entro il 2030. Attraverso il Plan for Play, la città ha integrato il diritto al gioco nelle infrastrutture pubbliche, convertendo le aree circostanti alle scuole in zone pedonali e rendendo i cortili scolastici più verdi e accessibili. Il progetto si basa su un approccio interdisciplinare che coinvolge esperti di salute pubblica, mobilità e istruzione per migliorare il benessere sociale e la resilienza climatica. L’iniziativa evidenzia come la partecipazione attiva dei cittadini e dei minori possa guidare una trasformazione urbana inclusiva, servendo da modello per altre città europee. In sintesi, il testo descrive il passaggio da una progettazione sporadica di parchi giochi a una visione sistemica.
Negli ultimi dieci anni, Barcellona ha intrapreso una trasformazione silenziosa ma radicale, passando da una logica di “parchi giochi isolati” a una visione in cui il gioco è considerato un’infrastruttura essenziale dell’intera città. Attraverso il suo “Piano per il Gioco negli Spazi Pubblici 2030” (Pla del joc a l’espai públic), la metropoli catalana ha smesso di costruire semplici aree recintate per integrare il diritto al gioco in ogni intervento di pianificazione urbana. Questa evoluzione è stata guidata dall’idea che il benessere dei bambini sia il fulcro per costruire una città più sana, equa e resiliente al cambiamento climatico.
Le 3 principali trasformazioni fisiche.
L’attuazione del Piano ha portato a decine di interventi concreti, tra i quali spiccano tre pilastri fondamentali per l’impatto sociale e la visibilità:
– Protezione dei dintorni scolastici (Progetto “Protegim le scoles“): Barcellona ha riprogettato circa 200 ingressi scolastici, eliminando parcheggi, allargando i marciapiedi e chiudendo strade al traffico. Questi spazi sono diventati vere e proprie piazze di quartiere dove le famiglie socializzano e i bambini giocano dopo le lezioni. Le valutazioni hanno mostrato che, con la chiusura al traffico, l’attività ludica dei bambini è quadruplicata e la qualità dell’aria è notevolmente migliorata.
– Riqualificazione dei cortili scolastici: Dal 2019, quasi 100 cortili sono stati trasformati in spazi più verdi, inclusivi e diversificati. Molti di questi rimangono aperti oltre l’orario scolastico, aumentando drasticamente l’accesso a spazi sicuri in quartieri densamente popolati. Questo approccio ha contribuito a ridurre il design “avverso al rischio”, promuovendo un gioco più naturale e stimolante.
– Parchi giochi inclusivi e accessibili: La città ha lanciato concorsi di progettazione per creare aree gioco completamente accessibili, co-progettate con genitori di bambini con disabilità per garantire che le scelte di design rispondessero a esigenze reali di vita vissuta.
Le radici del cambiamento: Politica e Dati.
La svolta decisiva è avvenuta nel 2015, quando la nuova leadership cittadina ha elevato la giustizia di genere, la salute pubblica e la resilienza climatica a priorità assolute, trovando nel benessere dei bambini un punto di intersezione naturale. Due fattori hanno accelerato questo processo: i dati allarmanti sulla salute pubblica legati all’inquinamento intorno alle scuole e l’accreditamento di Barcellona come Città Amica dei Bambini (UNICEF).
Un’indagine condotta su oltre 4.000 bambini ha rivelato che le loro priorità non erano solo “giocare”, ma avere più tempo libero, quartieri migliori, più attività all’aria aperta e luoghi per connettersi con gli amici. Il governo cittadino ha compreso che il gioco è strettamente legato alla salute mentale, all’istruzione e all’equità sociale.
I fattori chiave per un’attuazione di successo.
L’analisi dell’esperienza di Barcellona evidenzia diversi elementi strategici che altre città possono replicare:
– Approccio basato sull’evidenza: La città ha mappato tutte le 868 aree gioco esistenti, definendo criteri di qualità e indicatori per identificare i deficit e agire dove il bisogno era maggiore.
– Coordinamento interdipartimentale: È stato creato un gruppo di lavoro che ha unito settori diversi come pianificazione, mobilità, istruzione, salute e accessibilità. La frammentazione è stata superata anche grazie a un sistema di finanziamento distribuito: il dipartimento dell’istruzione finanzia i cortili, quello dell’urbanistica le strade scolastiche e quello del verde il rinnovo dei parchi.
– Continuità tecnica e politica: L’Institut Infància i Adolescència, un ente indipendente finanziato pubblicamente, ha agito come “tessuto connettivo”, garantendo che la raccolta dati e la valutazione proseguissero oltre i cicli elettorali.
– Partecipazione attiva: Il Piano è nato dal coinvolgimento di oltre 400 persone attraverso 24 workshop, includendo famiglie, educatori e associazioni per la disabilità, creando un senso di proprietà collettiva del progetto.
– Visibilità e design: Dare priorità a interventi altamente visibili ha aiutato a costruire rapidamente il supporto pubblico, dimostrando il valore tangibile di strade centrate sulle persone anziché sulle auto.
Sfide e prospettive future.
Nonostante i successi, il percorso non è privo di ostacoli.
I cambiamenti politici possono influenzare l’agenda, motivo per cui Barcellona sta cercando di “depoliticizzare” il gioco, trasformandolo in uno standard di qualità della vita per tutti i cittadini e integrandolo nelle priorità di adattamento climatico e salute mentale. La manutenzione degli spazi riprogettati e la gestione della convivenza in una città densa rimangono sfide aperte che richiedono budget costanti e il coinvolgimento dei residenti.
In conclusione, l’esperienza di Barcellona offre una visione potente: quando una città mette i bambini al centro, non sta solo creando spazi per giocare, ma sta rimodellando l’intera vita sociale urbana. Come affermato da Maria Truno, ex Commissaria per l’Istruzione: “Ho capito cosa significa veramente una città a misura di bambino quando ho visto come il gioco plasma la vita sociale”.
Padova, da prati abbandonati a spazi di comunità.
Giorgia Panizzo. Padova, da prati abbandonati a spazi di comunità. Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà. 8 giugno 2026
Siamo nel 2018, all’Arcella, il quartiere più popoloso e multietnico di Padova. Nell’area chiamata Ansa Borgomagno esistono due prati comunali abbandonati: erba alta, rifiuti, nessuna funzione. Vuoti urbani invisibili, interstizi di città che nessuno sembra vedere.
Da questi luoghi nasce però qualcosa di inaspettato.
Le mille e una Arcella: prima la comunità.
Quaranta famiglie fondano l’associazione Le Mille e Un’Arcella con un obiettivo chiaro: cambiare la narrazione del quartiere, troppo spesso raccontato solo attraverso degrado e marginalità. L’idea è semplice ma radicale — creare occasioni di incontro per costruire fiducia tra abitanti diversissimi per origine, età e condizione sociale.
Il metodo? Non questionari, non interviste formali. Cene in strada. Tavolate aperte, costruite collettivamente, che servono a raccogliere fondi ma soprattutto a creare prossimità. Seduti insieme ai vicini, adulti e bambini iniziano a immaginare la trasformazione di quei due luoghi sospesi. Lo spazio pubblico smette di essere luogo di passaggio e torna a essere luogo di relazione.
Il totem park: il giardino di tutti.
Il primo intervento riguarda uno dei due prati. Il nome nasce da un totem in legno costruito collettivamente da moltissimi bambini del quartiere durante una cena in strada. L’ambizione è chiara: «Vogliamo che il Totem Park sia il giardino per tutti quelli che non ce l’hanno».
Nel 2019 viene organizzato il Totem Festival, che attira persone da tutta la regione portando musica, arte e laboratori. Da lì il parco prende forma in modo progressivo e informale: si piantano alberi, nascono orti, arrivano le api. La trasformazione fisica procede insieme a quella relazionale. Bambini, famiglie e volontari partecipano a interventi di pulizia e allestimento, sperimentando forme spontanee di presidio civico.
Una tappa importante è il progetto “Kaboom! Il quartiere vibra“, sostenuto dal bando Creative Living Lab del Ministero della Cultura. Con Kaboom si introducono pratiche di co-progettazione e autocostruzione: sedute, arredi urbani e installazioni non vengono calati dall’alto, ma realizzati insieme agli abitanti. Il cantiere diventa esperienza collettiva, momento di apprendimento e costruzione di appartenenza.
Nel tempo il Totem Park ospita concerti, laboratori, momenti interculturali, assemblee pubbliche e pratiche quotidiane di socialità informale. Oggi viene riconosciuto come il primo giardino di comunità di Padova — uno spazio che vive perché esiste una comunità che se ne prende cura ogni giorno.
Il percorso si conclude con un patto di collaborazione che sancisce il riconoscimento istituzionale del parco come bene comune urbano. Non un punto di partenza, ma un approdo naturale: il Comune garantisce manutenzione, gli abitanti animazione e cura quotidiana. Prima è arrivata la comunità. Poi il parco.
Il Kobe Bryant Playground: l’arte che trasforma lo sguardo.

Il secondo prato segue un percorso diverso, ma ugualmente potente.
Nel 2019 alcune associazioni e gruppi informali iniziano a interrogarsi su quell’area residuale. È ancora un prato anonimo e invisibile, ma nasce un’idea: costruire uno spazio sportivo davvero accessibile a tutti.
Qui l’arte gioca un ruolo decisivo. Per un mese lo street artist padovano C0110 realizza un grande murales dedicato a Kobe Bryant — icona globale dello sport, simbolo di disciplina e riscatto. Il volto di Kobe restituisce identità immediata a quello spazio anonimo. Le persone iniziano a fermarsi, fotografare, attraversare l’area. Il murales produce curiosità, presenza e nuove frequentazioni, e soprattutto lancia un messaggio chiaro: quello spazio può avere un altro destino.
La pressione positiva degli abitanti convince l’amministrazione a investire nella riqualificazione. Il prato abbandonato diventa un campo da basket aperto e accessibile, capace di ospitare sport, eventi e socialità quotidiana.
Il playground acquisisce rapidamente una funzione sociale molto più ampia. Il basket diventa linguaggio condiviso in un quartiere multiculturale: uno spazio di prossimità in cui adolescenti e giovani di provenienze diverse si incontrano attraverso pratiche comuni. Un ruolo fondamentale è oggi svolto dall’associazione 049 Santi Joseph, che mantiene vivo il campo con una presenza quotidiana fatta di sport, relazioni e iniziative sociali. Il container trasformato in bar non è solo un servizio, ma un punto di aggregazione stabile.
A maggio 2026 centinaia di ragazzi si ritrovano qui per un torneo della comunità filippina, e la settimana successiva trecento persone partecipano al King of The City, sfida di street basket tra i quartieri di Padova. È difficile immaginare che tutto questo, fino a pochi anni fa, fosse soltanto un prato abbandonato.
Un modello di bene comune urbano.
Entrambe le esperienze condividono una logica comune: la cittadinanza attiva non si limita a chiedere interventi pubblici, ma contribuisce preventivamente a produrre valore attorno a uno spazio. Prima ancora della riqualificazione istituzionale, esiste già una comunità che riconosce in quei luoghi un bene collettivo possibile.
Il Totem Park e il Kobe Bryant Playground dimostrano che nelle periferie contemporanee il problema non è solo la mancanza di servizi, ma la riduzione degli spazi informali di socialità — luoghi in cui stare senza consumare o essere utenti di qualcosa. Entrambi restituiscono al quartiere spazi liberi, aperti e collettivi, in cui la cura nasce dalla frequentazione quotidiana e dal senso di appartenenza costruito nel tempo.
Una lezione semplice, ma tutt’altro che scontata.
La Prescrizione Sociale nelle Cure Primarie svedesi: cosa funziona e cosa no.
Frida Jonsson, Emilia W E Viklund, Frida Degerstedt, Anna Sofia Lundgren, Ingeborg Nilsson, Unpacking the early implementation of social prescribing in Swedish primary care: a theory-informed process evaluation, Health Promotion International, Volume 41, Issue 2, April 2026, daag041, https://doi.org/10.1093/heapro/daag041
Immaginate di andare dal medico di base non per una malattia fisica, ma perché vi sentite soli, isolati, senza più contatti sociali significativi. Tradizionalmente, la medicina non ha strumenti adatti per rispondere a questo tipo di bisogno.
La prescrizione sociale nasce proprio per colmare questo vuoto: invece di prescrivere farmaci, il medico o un altro operatore sanitario “prescrive” attività sociali nella comunità locale — un corso, un gruppo di incontro, un’associazione di volontariato — per aiutare il paziente a riconnettersi con gli altri. Questo approccio si sta diffondendo in molti paesi del mondo, dal Regno Unito all’Australia, dall’Asia al Nord America.
La Svezia ha sviluppato un proprio modello, pensato specificamente per ridurre la solitudine tra gli anziani, un problema che dopo la pandemia da COVID-19 ha ricevuto sempre maggiore attenzione pubblica. Questo studio analizza come questo modello sia stato messo in pratica in 10 centri di medicina primaria svedesi tra il 2023 e il 2024, cercando di capire cosa abbia funzionato e cosa no e perché.
Come funziona il modello svedese?
Il modello si basa su quattro passaggi pensati per offrire un supporto personalizzato:
Identificazione: durante una normale visita, l’operatore sanitario pone una semplice domanda: “Sei turbato dalla solitudine?”. Se la risposta è sì, il paziente riceve informazioni sull’approccio e gli viene offerta la possibilità di aderire.
Valutazione approfondita: in un secondo incontro, si esplorano gli interessi del paziente, le sue capacità e le sue preferenze per le attività sociali.
Prescrizione personalizzata: viene redatta una vera e propria “prescrizione” scritta, che indica quale attività svolgere, dove, quando e con quale obiettivo personale.
Follow-up: l’operatore ricontatta il paziente telefonicamente dopo circa tre settimane e di persona dopo tre mesi, per verificare come stanno andando le cose e apportare eventuali modifiche.
A differenza di altri paesi dove vengono create figure professionali dedicate — come i cosiddetti “link worker” britannici — in Svezia il modello è stato costruito utilizzando il personale già esistente nei centri di cura primaria: soprattutto terapisti occupazionali, ma anche infermieri e psicologi.

I Risultati
I ricercatori hanno raccolto dati attraverso interviste ai professionisti sanitari e ai pazienti, analizzando anche le prescrizioni scritte e i materiali di follow-up. Il quadro che emerge è complesso: il modello parte da buone basi, ma nella pratica ha incontrato numerosi ostacoli che ne hanno fortemente limitato l’efficacia.
– Il lato positivo: un’idea apprezzata
Il modello è stato accolto con entusiasmo iniziale. I professionisti sanitari riconoscevano che la solitudine tra gli anziani è un problema reale e poco affrontato con gli strumenti tradizionali. In particolare, i terapisti occupazionali si sono sentiti molto a loro agio con questo approccio, perché è in linea con il loro modo di lavorare: già abituati a considerare la persona nella sua globalità — non solo la malattia — hanno visto nella prescrizione sociale un’estensione naturale del loro ruolo. Anche i dirigenti dei centri sanitari hanno aderito volentieri al progetto, dichiarando il loro sostegno.
– Il problema dello screening selettivo
Uno degli elementi fondamentali del modello è che la domanda “Sei turbato dalla solitudine?” venga posta a tutti gli anziani, sistematicamente, durante qualsiasi tipo di visita.
Nella realtà, però, questo non è avvenuto: i professionisti tendevano a fare la domanda solo quando pensavano già che il paziente potesse essere solo — basandosi sull’aspetto, sull’età, sulla situazione familiare o su altri elementi soggettivi. In pratica, decidevano in anticipo chi “meritasse” di sentirsi fare quella domanda. Alcuni evitavano del tutto l’argomento perché lo trovavano imbarazzante, fuori luogo in una visita medica, o perché temevano di non saper gestire la risposta.
Il risultato è stato clamoroso: invece dei 200 pazienti previsti nei 10 centri, ne sono stati reclutati appena 27 nel corso di 10-18 mesi. Un fallimento numerico che riflette un problema culturale profondo: la solitudine è ancora percepita come qualcosa di difficile da affrontare apertamente in un contesto medico, e le idee preconcette su chi sia “tipicamente” solo hanno fatto da filtro, escludendo molte persone che avrebbero potuto beneficiare dell’intervento — tra cui, per esempio, gli anziani con difficoltà cognitive.
– Il problema del supporto organizzativo
Un altro ostacolo importante è emerso all’interno delle strutture sanitarie stesse. Sebbene i dirigenti avessero formalmente approvato la partecipazione al progetto, il loro sostegno si è rivelato più di facciata che concreto. Non sono stati assegnati tempo dedicato, risorse aggiuntive o un mandato chiaro agli operatori.
La prescrizione sociale si è ritrovata a competere con le attività cliniche ordinarie — visite, vaccinazioni, burocrazia — e quasi sempre ha perso.
Molti professionisti si sono trovati a dover gestire questo approccio in modo autonomo, senza una vera integrazione nelle loro routine quotidiane. In un centro, durante il periodo delle campagne vaccinali anti-COVID con poco personale disponibile, il responsabile si era inizialmente mostrato contrario, accettando l’approccio solo a condizione che “non costasse tempo né denaro”. Questo la dice lunga su quanto il modello fosse considerato una priorità.
– Il problema della personalizzazione
Anche quando i pazienti venivano effettivamente reclutati, l’intervento non sempre corrispondeva ai loro bisogni reali.
Le attività prescritte erano spesso le più facili da trovare e da suggerire (gruppi in centri per anziani, attività fisiche, incontri in parrocchia) piuttosto che quelle davvero significative per la persona.
Il problema è che molti anziani non cercavano semplicemente “qualcosa da fare”: cercavano compagnia autentica, qualcuno con cui condividere un lutto, o anche solo un amico. Le attività di gruppo strutturate non rispondono a questo tipo di bisogno.
A complicare le cose, i professionisti spesso non conoscevano a fondo le risorse disponibili nella comunità locale, e le connessioni tra i centri sanitari e le associazioni del territorio erano deboli o inesistenti.
Nelle aree rurali la situazione era ancora peggiore, con pochissime opzioni disponibili.
Alcuni pazienti, dopo aver partecipato a un’attività che non faceva per loro, si sono sentiti delusi. Altri avevano ricevuto la promessa di un follow-up che non è mai arrivato, rimanendo ad aspettare per mesi. Una paziente ha raccontato di aver nutrito grandi speranze dopo i primi incontri positivi con la prescrittrice, per poi sentirsi “spezzata” quando la telefonata di follow-up promessa per luglio 2024 non era ancora arrivata a marzo 2025. Paradossalmente, un intervento pensato per ridurre la solitudine aveva finito per accentuare il senso di abbandono.
Cosa ci insegna tutto questo?
Lo studio non dice che la prescrizione sociale sia una cattiva idea, anzi, il potenziale c’è ed è riconosciuto. Ma ci dice chiaramente che una buona idea non basta: bisogna anche saperla mettere in pratica nel modo giusto.
Perché questo modello funzioni davvero, servono almeno tre cose:
Regole chiare e rispettate: la domanda sulla solitudine deve essere posta a tutti, non solo a chi “sembra” solo. Questo richiede formazione, ma anche un cambiamento culturale nel modo in cui i professionisti sanitari guardano alla solitudine.
Supporto organizzativo reale: i dirigenti non possono limitarsi a dire “sì, partecipiamo”. Devono garantire tempo, risorse e legittimità all’approccio, integrandolo concretamente nelle routine dei centri sanitari.
Connessioni con il territorio: la prescrizione sociale funziona solo se esistono attività significative a cui indirizzare le persone, e solo se i professionisti sanitari conoscono quelle attività e hanno canali stabili per collaborare con le organizzazioni locali.
In definitiva, questo studio è un promemoria importante: trasformare il sistema sanitario verso un’attenzione più ampia alla persona — non solo alla malattia — è una sfida che va ben oltre la buona volontà. Richiede strutture, risorse e una visione condivisa a tutti i livelli, dalla politica nazionale fino all’operatore che ogni giorno incontra un anziano solo nella sala d’aspetto di un ambulatorio.
Il punto di vista di Forhest – La prescrizione sociale NON è un modello di prescrizione clinica.
Questo articolo propone un modello di prescrizione sociale in continuazione con il modello di prescrizione clinico: una proposta che ha dato risultati insufficienti e di improbabile successo. A partire dai limiti dichiarati nello studio riportiamo una serie di considerazioni per noi importanti
Limite 1 “viene redatta una vera e propria “prescrizione” scritta”
La prescrizione sociale segna il passaggio dal modello “riparativo” che chiede cosa c’è che non va? (Sei turbato dalla solitudine?) ad un sistema salutogenico incentrato su “cosa conta per te?”, valorizzando le risorse e i punti di forza della persona.
Limite 2 “i professionisti spesso non conoscevano a fondo le risorse disponibili nella comunità locale”
Sebbene i medici siano esperti in assistenza medica, affrontare bisogni non clinici spesso esula dal loro ambito: un’eccessiva enfasi sui professionisti medici può oscurare l’importanza dell’utente e dei servizi delle comunità.
Limite 3 “l’intervento non sempre corrispondeva ai loro bisogni reali”
Le persone saranno motivate a migliorare la loro salute se scoprire come migliorare la loro salute li aiuterà a concentrarsi sulle loro passioni. Il medico non conosce il “cosa conta per te” con il suo lavoro conosce i tuoi problemi.
Limite 4 “La prescrizione sociale si è ritrovata a competere con le attività cliniche ordinarie …e quasi sempre ha perso”.
Una regola gestionale di base è che tutti aderiscono e sottoscrivono una buona idea (per esempio sottoscrivono in modo entusiasta un protocollo d’intesa) ma questa si scontra e cade “spontaneamente” quando si confronta la quotidianità. È mancata una mappatura degli attori e della comunità: la prescrizione sociale funziona solo se esistono attività significative e canali stabili per collaborare con le organizzazioni locali
Forhest, sulla base delle più avanzate e diffuse esperienze di prescrizione sociale, propone un modello diverso di Prescrizione sociale di comunità. La prescrizione sociale di comunità non deve essere intesa esclusivamente come un meccanismo di invio clinico attraverso il quale i medici collegano i pazienti a supporti non clinici presenti nella comunità. Sebbene origini dal settore sanitario, la prescrizione sociale rappresenta una strategia trasformativa che mira a integrare la promozione della salute nei sistemi sociali, agendo direttamente sulla capacità degli individui e delle comunità di riprendere il controllo sulla propria vita e sui determinanti sociali del benessere.
Il gioco all’aperto precoce è associato allo sviluppo della mente infantile: uno studio longitudinale su una coorte di bambini.
Dodd, H.F., Cordwell, K., Hesketh, K., Johnstone, A., de la Torre-Luque, A. and McCrorie, P. (2026), Early outdoor play predicts trajectories of child mental health in a population-based cohort. J Child Psychol Psychiatr https://doi.org/10.1111/jcpp.70175
Questo studio longitudinale su una coorte di 4.151 bambini in Scozia analizza come la frequenza del gioco all’aperto tra i 2 e i 4 anni influenzi il benessere psicologico fino ai 7-8 anni. I ricercatori hanno dimostrato che chi gioca più spesso all’esterno ha probabilità significativamente inferiori di sviluppare problemi di salute mentale. Il contatto precoce con la natura e il movimento favoriscono traiettorie emotive sane, riducendo il rischio di ansia e disturbi comportamentali. Promuovere attività outdoor è quindi una strategia di salute pubblica economica ed efficace per prevenire difficoltà psicologiche future. Infine, lo studio evidenzia l’importanza di un accesso equo agli spazi verdi per contrastare le disuguaglianze e garantire la resilienza infantile a lungo termine.
Come è stato condotto lo studio.
La salute mentale di bambini e adolescenti è una preoccupazione crescente a livello globale. In Scozia, si stima che circa il 16% dei bambini presenti difficoltà emotive o comportamentali, un dato in linea con quanto rilevato in altri paesi occidentali come Inghilterra, Stati Uniti e Canada. Molti disturbi mentali, tra cui ansia e depressione, hanno origine già nell’infanzia e, se non trattati, possono comportare conseguenze a lungo termine sulla qualità della vita, sul rendimento scolastico e sull’economia sociale.
In questo scenario, identificare fattori modificabili nella prima infanzia che possano prevenire lo sviluppo di problemi di salute mentale diventa una priorità.
Uno di questi fattori potrebbe essere il gioco all’aperto, inteso come attività volontarie svolte in ambienti esterni — giardini, aree giochi, spazi verdi, strade.
Nonostante esistano studi trasversali che associano il gioco all’aperto a una migliore salute mentale nei bambini, la ricerca longitudinale su questo tema è ancora molto limitata. Questo studio si propone di colmare tale lacuna, valutando se il gioco all’aperto negli anni della scuola materna (2–4 anni) sia in grado di predire le traiettorie di salute mentale fino alla media infanzia (8 anni).
I ricercatori hanno utilizzato i dati di una grande ricerca nazionale scozzese chiamata “Growing Up in Scotland“, che ha seguito migliaia di bambini dalla nascita. Ai genitori veniva chiesto, ogni anno, quanti giorni a settimana il loro bambino aveva giocato o corso all’aperto. Inoltre, sempre i genitori compilavano un questionario standardizzato sulla salute mentale del figlio, misurando due tipi di problemi:
– Problemi “verso l’interno” (interiorizzanti): ansia, tristezza, difficoltà con i coetanei.
– Problemi “verso l’esterno” (esternalizzanti): aggressività, iperattività, difficoltà di comportamento.
Con questi dati, i ricercatori hanno identificato tre diversi “percorsi” di sviluppo della salute mentale e hanno verificato se il gioco all’aperto nei primi anni di vita fosse in grado di prevedere quale percorso avrebbe seguito ciascun bambino.
Cosa hanno scoperto.
L’analisi ha individuato tre gruppi di bambini, sia per i problemi emotivi che per quelli comportamentali: Gruppo “normativo” (la maggioranza: 82–87%): bambini con pochi sintomi, stabili nel tempo; Gruppo “crescente” (8–13%): bambini con sintomi che aumentano nel tempo: Gruppo “decrescente” (5–6%): bambini che partono con molti sintomi, che poi calano.
Il risultato più importante è questo: i bambini che giocavano più spesso all’aperto tra i 2 e i 4 anni avevano molte più probabilità di appartenere al gruppo “normativo”, cioè di avere una buona salute mentale nel tempo. Al contrario, chi giocava poco all’aperto aveva maggiori probabilità di sviluppare problemi emotivi o comportamentali crescenti.
Questi risultati reggevano anche tenendo conto di altri fattori importanti, come la situazione economica della famiglia, il livello di istruzione dei genitori e la loro salute mentale.
Perché il gioco all’aperto fa bene.
I ricercatori propongono diverse spiegazioni:
– Movimento fisico: giocare fuori significa muoversi, e l’attività fisica è nota per ridurre ansia e stress
– Contatto con la natura: stare all’aperto, in spazi verdi, ha effetti positivi dimostrati sul benessere
– Interazione sociale: giocare con altri bambini aiuta a sviluppare competenze relazionali ed emotive
– Gioco avventuroso: arrampicarsi, correre rischi piccoli, affrontare l’incertezza aiuta i bambini a gestire meglio le emozioni e a non sviluppare paure eccessive
Conclusioni.
Lo studio, basato su dati solidi e rappresentativi, dimostra per la prima volta con uno studio coorte prospettico che i bambini che giocano più spesso all’aperto tra i 2 e i 4 anni hanno una salute mentale migliore (…almeno fino agli 8 anni). Un risultato che dovrebbe spingere genitori, educatori e istituzioni a considerare il gioco all’aperto non come un semplice svago, ma come un vero e proprio investimento nella salute mentale futura dei bambini: far giocare di più i bambini all’aperto — già a partire dai 2 anni — potrebbe essere una delle strategie più semplici, economiche e piacevoli per proteggere la loro salute mentale
Questo significa che famiglie, asili nido, scuole dell’infanzia, comuni e urbanisti hanno tutti un ruolo da giocare: creare spazi verdi sicuri e accessibili, incoraggiare il gioco libero all’aperto, ridurre le barriere che oggi limitano questa esperienza — come il traffico, la paura dei genitori o la mancanza di spazi adeguati nei quartieri più svantaggiati.
Mental Motor Training e cervello che apprende.
Bruno Lorenzo Castrovinci per gentile concessione di ANDIS -Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici
Movimento e cognizione: un legame inscindibile.
Il Mental Motor Training (MMT) è un approccio che combina intenzionalmente esercizi fisici ed esercizi cognitivi per potenziare, allo stesso tempo, le capacità motorie e quelle mentali. Il suo fondamento scientifico è chiaro: movimento e pensiero non sono due mondi separati, ma sistemi profondamente intrecciati che si influenzano a vicenda per tutta la vita.
Il cervello non impara un movimento come una semplice risposta automatica a uno stimolo esterno. Ogni azione motoria nasce da una rappresentazione interna: il cervello anticipa il gesto, ne organizza la sequenza e ne prevede gli effetti sul corpo e sull’ambiente, ancora prima che il corpo si muova. Quando immaginiamo, pianifichiamo o eseguiamo consapevolmente un movimento, attiviamo le stesse reti neurali che si accendono durante l’azione reale. Il movimento è, prima di tutto, un evento cerebrale.
Neuroplasticità e neurogenesi: il cervello si trasforma.
Il concetto chiave che sostiene il MMT è quello di neuroplasticità: il cervello non è una struttura rigida e immutabile, ma un sistema biologico in continua riorganizzazione, capace di modificare le proprie connessioni in risposta alle esperienze vissute. Ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo, il nostro cervello cambia fisicamente, rafforzando alcune connessioni e creandone di nuove.
L’attività fisica, soprattutto quando combinata con compiti cognitivi complessi, stimola non solo il rafforzamento delle connessioni nervose esistenti, ma favorisce anche la neurogenesi, ovvero la nascita di nuovi neuroni, in particolare nelle aree legate alla memoria, all’apprendimento e alla regolazione emotiva. Questo processo avviene grazie all’aumento dei fattori neurotrofici — sostanze chimiche che nutrono e proteggono i neuroni — alla riduzione dello stress cronico e al miglioramento della capacità di autoregolazione emotiva.
La ripetizione mentale e l’esecuzione consapevole del gesto rafforzano inoltre le “mappe” che il cervello costruisce per gestire i movimenti, migliorano la velocità di trasmissione dei segnali nervosi e rendono più efficiente la comunicazione tra le diverse aree cerebrali.
Il potere dell’immaginazione motoria.
Uno degli aspetti più affascinanti del MMT riguarda il ruolo dell’immaginazione motoria. Quando immaginiamo di compiere un movimento — senza muoverci davvero — il nostro sistema nervoso attiva reti neurali molto simili a quelle dell’azione reale. Il cervello “simula” il gesto dall’interno, coinvolgendo sensazioni di ritmo, equilibrio, tensione muscolare e orientamento nello spazio.
Questo processo è reso possibile anche dal sistema dei neuroni specchio, strutture nervose che si attivano sia quando compiamo un’azione sia quando la osserviamo negli altri. Grazie a questo sistema, apprendiamo attraverso l’osservazione, l’imitazione e la simulazione interna. Il movimento immaginato diventa così un’esperienza sensoriale ed emotiva completa, capace di consolidare schemi motori stabili nel tempo anche in assenza di movimento visibile.
Funzioni esecutive, emozioni e apprendimento.
Il MMT ha un impatto significativo anche sul controllo cognitivo ed emotivo. L’integrazione tra movimento e compiti mentali stimola direttamente le funzioni esecutive: l’attenzione sostenuta, la memoria di lavoro, la pianificazione e la capacità di inibire risposte impulsive. In questo approccio, l’azione non è mai automatica, ma costantemente guidata dal pensiero e dalla consapevolezza.
Dal punto di vista neurologico, questo processo coinvolge le aree prefrontali del cervello — responsabili del ragionamento e del controllo — in dialogo con i sistemi motori e quelli emotivi. Il risultato pratico è una migliore regolazione dell’ansia e una maggiore sicurezza nell’affrontare compiti nuovi o difficili. Chi ha già “vissuto mentalmente” un’azione la affronta con maggiore stabilità ed efficacia. In ambito educativo, questo si traduce in un apprendimento più motivante, resiliente e ricco di significato.
Scrittura consapevole e funzioni mielocinetiche.
Un’applicazione particolarmente interessante del MMT in ambito scolastico riguarda la calligrafia e la scrittura a mano, soprattutto con la penna stilografica. Scrivere è un’attività cognitivamente complessa: richiede pianificazione, controllo fine del movimento, coordinazione occhio-mano e monitoraggio continuo dell’errore.
L’uso della penna stilografica obbliga a rallentare il gesto, rendendolo intenzionale e consapevole. Immaginare la forma delle lettere prima di tracciarle — anticipando direzione, ritmo e pressione — rafforza il dialogo tra la corteccia prefrontale e le aree motorie, contribuisce alla maturazione delle vie nervose coinvolte e stabilizza nel tempo gli schemi grafomotori. La calligrafia diventa così una vera e propria pratica di neuromovimento, capace di allenare attenzione, autoregolazione e perseveranza, trasformando la scrittura in uno strumento di sviluppo globale della persona.
Esempi pratici: come si applica il MMT.
Nel contesto scolastico e formativo, il MMT si traduce in attività concrete che uniscono movimento e pensiero:
– Percorsi a ostacoli che richiedono di risolvere problemi spaziali mentre ci si muove
– Giochi con regole complesse che stimolano memoria, flessibilità mentale e controllo inibitorio
– Esercizi di equilibrio abbinati a compiti di attenzione o memoria
– Danza e Tai Chi, che sviluppano coordinazione, ritmo, concentrazione e consapevolezza corporea
– Sequenze di movimenti fini, come esercizi di coordinazione occhio-mano, che rendono evidente il dialogo tra anticipazione cognitiva ed esecuzione fisica
Una cultura del neuromovimento per tutta la vita.
Il Mental Motor Training non è una semplice tecnica operativa, ma una vera cornice culturale e pedagogica.
Il suo valore si estende dall’età evolutiva fino alla vecchiaia:
– stimola la neuroplasticità
– preserva le funzioni cognitive e motorie
– promuove il benessere psicologico
– sostiene l’autonomia personale
Educare al neuromovimento significa riconoscere che il corpo non è un semplice strumento del pensiero, ma un suo interlocutore attivo: ogni apprendimento autentico passa attraverso l’esperienza vissuta nel corpo. Un approccio che ci invita a ripensare l’educazione, la prevenzione e la cura in modo più umano, consapevole e duraturo.
