
N. 39 – 24 agosto 2026
L’evidenza delle cose che non si vedono
La salute è determinata da fattori strutturali, il contesto sociale ed economico, e qualsiasi sforzo per garantire a tutti gli stessi diritti di salute deve affrontare questi fattori per cambiarli alla base. E’ una verità così ovvia da non richiedere dimostrazione empirica, ma che proprio per questo rischia di essere accettata in modo acritico, svuotata della sua essenza, non più vista.
E non visto rischia di essere anche un fattore determinante per il successo delle azioni di sanità pubblica: la rete di relazioni che lega i protagonisti di queste azioni. Questa miopia affligge anche le linee guida per le équipe delle Case di Comunità emanate da AGENAS, come nota Bruno Agnetti.
La certezza delle cose che non si vedono: le verità evidenti della sanità pubblica
Seye Abimbola, The evidence of things not seen, Health Promotion International, Volume 41 (1) February 2026, daag016
La sanità pubblica si fonda su un insieme di principi condivisi, trasmessi attraverso dichiarazioni e “carte” istituzionali — da Alma Ata a Ottawa, da Bangkok a Nairobi — che affrontano temi come la promozione della salute, l’organizzazione dei sistemi sanitari e l’equità. Questi documenti, pur nella loro molteplicità, condividono un’idea fondante: la salute è determinata da fattori strutturali, come il contesto sociale ed economico, e qualsiasi sforzo per garantire a tutti gli stessi diritti di salute deve fare i conti con questi fattori, affrontandoli e cambiandoli alla base. Si tratta spesso di verità così ovvie da non richiedere dimostrazione empirica, ma che proprio per questo rischiano di essere accettate in modo acritico, svuotate della loro essenza, trasformate in formule politicamente neutre.
La povertà come problema centrale
Il testo propone che la logica centrale della sanità pubblica debba essere la determinazione strutturale della cattiva salute, con la povertà come meccanismo principale attraverso cui fattori politici, economici, storici e coloniali si manifestano sulla salute di individui, comunità e nazioni. Citando Sen, l’autore sostiene che invertire la povertà — restituendo libertà e capacità alle persone — dovrebbe essere l’obiettivo primario dell’indagine e dell’azione in sanità pubblica. La povertà non è solo mancanza di risorse, ma limitazione profonda delle capacità di scelta, partecipazione e autodeterminazione.
Un proverbio Yorùbá sintetizza efficacemente questo concetto: “Se vieni abbattuto da un grosso problema, diventi così vulnerabile che molti piccoli problemi si accumulano sopra di te.” Il grande problema in sanità pubblica è la povertà; i piccoli problemi sono i sintomi, le patologie, i comportamenti a rischio su cui invece la sanità pubblica tende a concentrarsi, come se salvare una per una le persone che stanno annegando a valle, fosse superiore a bloccare l’alluvione a monte.
Il paradosso dell’azione a valle
Dichiarazioni fondamentali come quelle di Alma Ata e Ottawa riconoscono il diritto delle comunità a partecipare alla pianificazione della propria salute e il bisogno di condizioni di vita favorevoli. Tuttavia, la povertà limita esattamente questa capacità partecipativa: mina il controllo locale, restringe le scelte dei governi e silenzia le voci marginalizzate. L’autore sottolinea come la Dichiarazione di Alma Ata affrontasse implicitamente questo nodo invocando un Nuovo Ordine Economico Internazionale, riconoscendo che le regole globali del commercio, della finanza e della produzione agricola — ancora oggi coloniali nella loro struttura — sono tra le cause profonde della povertà nel Sud globale.
Perché la verità resta nascosta
Il testo si interroga sul perché questa verità evidente — il legame tra povertà e cattiva salute — non sia ancora la logica dominante della sanità pubblica. Le ragioni sono molteplici: chi esprime queste verità spesso beneficia dello status quo e ne propone versioni edulcorate; chi vive la privazione può essere così sopraffatto da essa da non riuscire a coglierne la determinazione strutturale; gli operatori sanitari non vengono formati a pensare a monte; i meccanismi professionali scoraggiano approcci strutturali. Risultato: le verità vengono neutralizzate, banalizzate, piegate al servizio del potere.
Il ruolo della “conoscenza locale”
Un secondo importante concetto riguarda i saperi e le competenze delle comunità locali, la “conoscenza locale”: le comunità devono essere protagoniste degli sforzi per invertire la povertà, non solo destinatarie di interventi.
L’autore propone una tassonomia della “conoscenza locale” per restituire dignità a chi vive in contesti di privazione:
Conoscenza Scientifica: Risultato di sperimentazioni collaudate nel tempo, anche se non formalizzate accademicamente.
Conoscenza Contestuale: La comprensione profonda delle contingenze di luogo e tempo derivante dalla prossimità.
Conoscenza Trasformativa: L’intuizione critica su come le strutture di potere determinano la cattiva salute e su come sovvertirle.
Ignorare queste forme di sapere non è solo un errore metodologico, ma una violazione della dignità degli altri come “conoscitori”. La povertà, infatti, rende la conoscenza locale vulnerabile a essere ignorata o “nascosta” da chi detiene il potere.
Conclusione: tornare all’essenziale
Il testo chiude con un appello a recuperare i fondamenti: assicurare a tutti un reddito dignitoso, un’abitazione adeguata e una nutrizione sufficiente renderebbe superflua gran parte degli interventi sanitari a valle. Le dichiarazioni e le carte della sanità pubblica indicano questa direzione, ma l’azione reale tende a deviare verso il basso. Colmare questo divario richiede formazione, dibattito critico, ascolto genuino della sapienza locale e, soprattutto, il coraggio di guardare a monte, ottimizzando le capacità e le libertà, soprattutto degli attori marginalizzati, e assicurandoci che ciò che sanno e il modo in cui interpretano il mondo siano al centro del nostro lavoro.
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Le équipe multiprofessionali e multidisciplinari nelle case della comunità.
Le nuove linee guida di Agenas.
AGENAS. Le equipe multiprofessionali e multidisciplinari nelle case della comunità. Linee di indirizzo tecniche. Quaderno di Monitor 2026
Le linee di indirizzo tecniche pubblicate da AGENAS nel 2026 delineano il modello operativo per le équipe multiprofessionali e multidisciplinari all’interno delle Case della Comunità (CdC), considerate il fulcro della trasformazione dell’assistenza primaria in Italia secondo il DM 77/2022. Il documento sottolinea come il lavoro di squadra non sia solo un requisito formale, ma un elemento strutturale decisivo per rispondere alla crescente complessità dei bisogni di salute, caratterizzati da cronicità, fragilità e disuguaglianze.
Un nuovo modello di lavoro
L’approccio proposto segna il passaggio da una modalità di lavoro “in serie” a una “intrecciata” e “in parallelo”, in cui i professionisti operano in stretta collaborazione per superare i limiti dell’azione individuale. Questo modello di “interdipendenza generativa” mira a migliorare gli esiti di salute per i cittadini e, contemporaneamente, a sostenere il benessere degli operatori, riducendo il rischio di burnout.
Composizione dell’équipe
L’équipe è definita come un’organizzazione a “geometria variabile”, capace di adattarsi ai bisogni specifici della popolazione. Il documento distingue due livelli:
Équipe di base: il nucleo essenziale composto da Medico di Assistenza Primaria (MAP) o Pediatra di Libera Scelta (PLS), Infermiere, Assistente Sociale e personale amministrativo.
Équipe allargata: include figure specialistiche (specialisti ambulatoriali, psicologi, fisioterapisti, farmacisti, ecc.) attivate in base a protocolli specifici per rispondere a bisogni complessi.
Il ruolo del case management è ritenuto fondamentale per la gestione di casi cronici o complessi, garantendo che un membro del team diventi il referente costante per il paziente.
Leadership e Governance
Il documento identifica due forme di leadership necessarie: una verticale, esercitata dal Direttore di Distretto per creare le condizioni organizzative, e una orizzontale e condivisa all’interno della singola équipe, basata sulle competenze e sulla fiducia reciproca. Un ruolo strategico è affidato al Board o Comitato di partecipazione della CdC, un luogo di sintesi che coinvolge attori sociali, enti locali e il terzo settore per co-programmare risposte integrate ai bisogni della comunità.
I Processi Operativi
Il lavoro dell’équipe si articola in 4 momenti centrali:
Identificazione del bisogno: intercettato attraverso molteplici punti di accesso come il PUA (Punto Unico di Accesso), l’infermiere di famiglia o comunità (IFoC) o le “sentinelle sociali” del territorio.
Valutazione multiprofessionale: per i bisogni complessi viene effettuata una lettura congiunta sanitaria e sociale per definire il percorso più idoneo.
Azioni e interventi: si declinano in quattro target assistenziali: continuità per acuzie minori, presa in carico della cronicità, promozione della salute e gestione della non autosufficienza.
Conclusione e follow-up: si concretizza spesso nel PAI (Progetto Assistenziale Individuale), uno strumento che coordina le azioni nel tempo mettendo al centro la persona.
Strumenti e Tecnologie
Per facilitare il lavoro di squadra, le linee guida raccomandano l’uso di strumenti abilitanti che non siano meri supporti tecnici. Tra questi figurano:
Telemedicina, utilizzata non solo per le prestazioni ma come strumento di teleconsulto e confronto multidisciplinare.
Sistemi informativi interoperabili e cartelle sociosanitarie condivise per tracciare i percorsi.
Protocolli operativi e audit clinici per ridurre la variabilità delle cure e gestire il rischio clinico in una logica di “no-blame culture”.
Spazi fisici comuni progettati per favorire l’incontro informale e la collaborazione situata tra i professionisti.
Monitoraggio e Relazioni
La qualità delle relazioni è considerata una proprietà dell’ambiente sociale della CdC, influenzata dalla condivisione di spazi e rituali comuni. Il successo del modello viene valutato attraverso un sistema di indicatori quantitativi (volumi di attività, tempi di attesa, accessi impropri al PS) e qualitativi (livello di fiducia del paziente, empowerment della persona, coordinamento tra enti). In sintesi, il documento propone un modello di sanità territoriale integrata, proattiva e partecipata, dove il team multiprofessionale diventa il motore del cambiamento.
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La Lettura ad Alta Voce come traiettoria per lo sviluppo della professionalità docente in direzione inclusiva
Pamela Prosperi, Chiara Tullio. La lettura ad alta voce come traiettoria per lo sviluppo della professionalità docente in direzione inclusiva. La formazione reale e continua degli insegnanti, Febbraio 2025:96-12
L‘articolo esamina come la pratica della lettura condivisa possa rappresentare un motore di cambiamento verso una scuola realmente inclusiva ed equa.
Inquadramento teorico e normativo
Il contributo parte da una premessa storica fondamentale: la Dichiarazione di Salamanca del 1994, che ha segnato il passaggio da un’educazione “speciale” dedicata solo ai disabili a un’educazione per tutte e tutti.
Questa “svolta inclusiva” richiede una trasformazione profonda delle politiche, delle culture e delle pratiche educative, con l’obiettivo di rimuovere le barriere che impediscono il pieno accesso a un’istruzione di qualità. L’accento viene posto sul concetto di equità, che supera la semplice uguaglianza: non si tratta solo di rispondere a bisogni individuali, ma di progettare un’offerta formativa flessibile e di qualità per l’intero gruppo classe.
Il metodo della Lettura ad alta voce condivisa
In questo contesto, il metodo della “lettura ad alta voce condivisa” si configura come una strategia didattica autonoma ed equitativa. Questo metodo non è una semplice attività estemporanea, ma si fonda su pilastri precisi: quotidianità, intensità, bibliovarietà, sistematicità e progressività. L’obiettivo è garantire a ogni studente l’accesso ai libri e alle storie, agendo direttamente sul successo formativo a lungo termine e potenziando competenze linguistiche, vocabolario e motivazione.
La ricerca: obiettivi e metodologia
L’indagine presentata nell’articolo si concentra sull’impatto di questa pratica sulla comprensione verbale e sullo sviluppo lessicale di alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) nella scuola primaria. La ricerca adotta un approccio antropologico biopsicosociale, intendendo il miglioramento del singolo come il risultato di un’attività collettiva piuttosto che di un training riabilitativo individuale.
I dati analizzati provengono da diversi progetti condotti dal Gruppo di ricerca dell’Università di Perugia tra il 2019 e il 2023, tra cui “Leggere: Forte!” in Toscana. Lo studio ha utilizzato un disegno di ricerca quasi-sperimentale, confrontando un gruppo sperimentale (esposto alla lettura quotidiana) e un gruppo di controllo (didattica tradizionale). Lo strumento di misurazione scelto è stato l’Indice di Comprensione Verbale (ICV) della scala WISC-IV, che valuta la capacità di formulare concetti, recuperare conoscenze e ragionare verbalmente. Il campione specifico per questo studio è stato di 35 bambini con BES certificati (20 nel gruppo sperimentale e 15 in quello di controllo).
Risultati e analisi
I risultati hanno mostrato una differenza marcata tra i due gruppi:
Il gruppo sperimentale ha registrato un incremento notevole, passando da un punteggio medio iniziale di 68.6 a un punteggio finale di 77.3 (un aumento di 8.7 punti).
Il gruppo di controllo ha mostrato un miglioramento molto più contenuto, passando da 68.53 a 70.53 (un aumento di soli 2.0 punti).
Nonostante questo trend positivo evidente, l’analisi statistica (t-test) ha indicato che la differenza tra le medie non è statisticamente significativa. Gli autori attribuiscono questo risultato alla ridotta numerosità del campione e all’elevata variabilità (deviazione standard) interna ai gruppi.
Conclusioni e prospettive
In conclusione, l’articolo conferma che la lettura ad alta voce condivisa è una pratica “a soglia bassa”, ovvero accessibile a tutti senza richiedere competenze iniziali specifiche, rendendola uno strumento ideale per l’inclusione dei soggetti più vulnerabili. Sebbene i dati siano preliminari, essi evidenziano come la formazione specifica dei docenti su questo metodo possa garantire un’offerta formativa più equa, mettendo al centro ogni bambino e bambina. Lo studio suggerisce la necessità di ricerche future con campioni più vasti per confermare scientificamente questi benefici
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La natura sociale dei parchi: associazioni tra interazioni sociali, frequentazioni dei parchi e attività fisica in bambini e adolescenti.
Elise Rivera, Benedicte Deforche, Venurs H Y Loh, Anna Timperio, Jenny Veitch, The social nature of parks: associations between social interactions and park visitation and physical activity among children and adolescents, Health Promotion International, Volume 41, Issue 1, February 2026, daag027
Il parco come “terzo luogo”, oltre la casa e la scuola
Per comprendere l’importanza dei parchi nella vita di bambini e adolescenti, è utile adottare il quadro concettuale del “terzo luogo”. In questo modello, la casa rappresenta il primo luogo (l’ambiente domestico e privato), mentre la scuola costituisce il secondo luogo (l’ambito formale e strutturato dell’apprendimento). Il parco emerge come il terzo luogo fondamentale: uno spazio pubblico aperto che offre libertà rispetto alle restrizioni dei primi due contesti, fungendo da fulcro per la connessione sociale e la ricreazione. Come terzo luogo, il parco non è solo un’area verde, ma un ambiente essenziale per lo sviluppo della comunità e il benessere psicofisico dei giovani.
La Socializzazione come Motore dell’Attività Fisica
La ricerca dimostra chiaramente che l’attività fisica svolta dai giovani nei parchi non è un comportamento isolato, ma è profondamente influenzata dalla componente sociale. Per i bambini (8-12 anni), l’interazione frequente con altri aumenta drasticamente la probabilità di frequentare il parco almeno una volta a settimana e di impegnarsi in attività fisiche di intensità moderata o vigorosa. La presenza di familiari e amici non solo incoraggia la visita, ma trasforma il gioco in un’occasione di movimento attivo.
Per gli adolescenti (13-18 anni), la motivazione sociale è ancora più marcata. Essi percepiscono il parco come un luogo dove “stare insieme” e la loro partecipazione ad attività fisiche è spesso un effetto collaterale del desiderio di socializzare con i coetanei. Gli adolescenti che interagiscono socialmente con regolarità tendono a trascorrere più tempo nel parco e sono molto più propensi a essere attivi rispetto a chi lo visita da solo. In sintesi, la socializzazione funge da vero e proprio stimolo: la prospettiva di incontrare amici o conoscere nuove persone è ciò che rende le aree all’aperto e naturali attraenti e preferibili rispetto alla sedentarietà domestica.
Valorizzare la Natura Collettiva: Infrastrutture e Programmi
L’articolo sottolinea un aspetto cruciale: per promuovere la salute, non è sufficiente investire solo nelle infrastrutture fisiche. Sebbene elementi come campi sportivi, parchi giochi e aree picnic siano necessari per facilitare l’incontro, l’ambiente sociale è spesso più influente di quello fisico nel determinare l’uso di uno spazio.
Per valorizzare la natura collettiva dei parchi, è fondamentale integrare la progettazione fisica con programmi comunitari e attività organizzate. Esempi efficaci includono:
Attività guidate da pari o gruppi di fitness, che rendono il movimento un’esperienza condivisa.
Eventi sociali e culturali, come giornate di gioco per famiglie o festival comunitari, che coltivano il senso di appartenenza e la coesione sociale.
Interventi di programmazione che combinano esplicitamente l’interazione sociale con l’esercizio, poiché i giovani danno valore alla possibilità di essere attivi mentre si divertono con gli amici.
Conclusioni
Un approccio parallelo, che curi sia l’ambiente costruito (attraverso la disposizione strategica di sedute e aree di aggregazione) sia l’ambiente sociale (tramite eventi e programmi), è la strategia più efficace per trasformare i parchi in centri vitali di interazione. Incoraggiare la “sicurezza nel numero” e le interazioni spontanee aiuta a superare barriere come il timore degli estranei, rendendo il parco un luogo percepito come sicuro e accogliente per tutti. In conclusione, i parchi devono essere protetti e promossi non solo come spazi per lo sport, ma come infrastrutture sociali indispensabili dove le relazioni umane diventano il veicolo principale per una vita attiva e sana.
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Scienza contro Politica: il Grido d’Allarme della Sanità sull’Ordine Esecutivo sui Vaccini del Presidente Trump
L’ordine esecutivo firmato dal Presidente Donald Trump per riformare il calendario vaccinale infantile ha scatenato una reazione immediata e durissima da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e delle principali società scientifiche americane. I leader della sanità pubblica hanno definito il provvedimento “antiscientifico e pericoloso”, sottolineando come esso mini le basi della sicurezza pediatrica.
Le principali modifiche previste
L’ordine esecutivo introduce modifiche strutturali che ribaltano decenni di pratica clinica:
Riduzione dei vaccini: Le raccomandazioni passano da 18 a 11 malattie coperte.
Separazione del vaccino MMR: Si richiede di somministrare i vaccini contro morbillo, parotite e rosolia in singole iniezioni separate e in visite mediche distinte.
Esenzioni e Task Force: L’ordine impone agli Stati di garantire esenzioni religiose e mediche e istituisce una “Task Force sui Vaccini Infantili più Sicuri” per valutare sequenze alternative e nuovi adiuvanti.
L’assenza di basi scientifiche
Il punto centrale della critica risiede nella mancanza di prove empiriche a supporto dell’ordine. L’American Academy of Pediatrics (AAP) ha dichiarato che “non esistono nuove prove che giustifichino cambiamenti significativi” alla guida immunologica attuale. Un punto particolarmente critico è il suggerimento di un legame tra vaccini e autismo; l’OMS e l’AAP hanno ribadito che decine di studi su milioni di persone hanno dimostrato in modo inequivocabile l’assenza di qualsiasi correlazione tra vaccinazioni e autismo. Il direttore dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito che le politiche di sanità pubblica devono essere guidate da revisioni scientifiche rigorose, indipendenti e trasparenti, e non dall’influenza politica.
Commenti degli esperti e pericoli per la salute
Gli esperti della Infectious Diseases Society of America (IDSA) sostengono che queste modifiche rendano la vaccinazione “più complicata e onerosa”, rischiando di abbassare ulteriormente i tassi di immunizzazione proprio mentre i casi di morbillo hanno raggiunto il picco degli ultimi 35 anni. Inoltre, è stato notato che i singoli vaccini per morbillo, parotite e rosolia non sono più prodotti negli Stati Uniti dal 2009, rendendo l’ordine tecnicamente inapplicabile.
In conclusione, la comunità scientifica ribadisce che ritardare o separare le dosi non rende i vaccini più sicuri, ma lascia semplicemente i bambini vulnerabili a malattie prevenibili. La sanità pubblica deve basarsi sulla scienza per proteggere la collettività, poiché l’introduzione di incertezza e paura può avere conseguenze catastrofiche sulla salute della nazione.
La dichiarazione di Tedros Adhanom Ghebreyesus
Lo statement dell’American Academy of Pediatrics
Lo statement dell’American Medical Association
Lo statement dell’Infectious Diseases Society of America
Commento di Forhest.
Forhest ha già trattato più volte nella sua newsletter due temi che ritiene importanti: combattere l’accanimento antiscientifico e aumentare la fiducia sul sistema sanitario. Riteniamo infatti che la sanità pubblica non può permettersi il “lusso” dell’improvvisazione. Le decisioni che riguardano milioni di persone devono basarsi su dati replicabili, revisioni peer-reviewed e consenso scientifico.
La storia ci ha già insegnato il costo di politiche sanitarie non basate sulla scienza e oggi abbiamo un nuovo esempio di questo: i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti hanno annunciato
che i casi di morbillo di 2026 hanno raggiunto i 2465 al 6 agosto, il numero più alto segnalato dal 1991”
La fiducia nelle istituzioni sanitarie si costruisce con la trasparenza e si distrugge con la disinformazione. In questo senso, anteporre la politica alla scienza non è solo un errore metodologico: è un rischio che tutta la società paga.
Associarsi a Forhest
Per associarsi a Forhest inviare una mail a: circolo.forhest@auser.venezia.it allegando la scheda di iscrizione scaricabile qui, compilata e sottoscritta,
La quota associativa annuale è di 15€ fino ai 35 anni, 30€ per chi li ha già compiuti.
Va versata sul conto bancario dell’Associazione Auser-Forhest: Banca Prealpi e San Biagio Filiale di Dolo VE
IBAN: IT44 K089 0436 0800 6400 0001 370
Causale «Quota associativa anno 2026 del socio …………. »
