
N.41 – 21 settembre 2026
Scuola e arte per ridurre le diseguaglianze di salute
Due ambienti spesso pensati come distanti tra loro — la scuola e l’arte — emergono come strumenti concreti di equità in salute.
Il policy brief di Schools4Health mostra come le scuole, attraverso il modello “Scuole che Promuovono Salute” e il principio dell’universalismo proporzionale, possano contrastare il divario di opportunità tra studenti. A questo aggiungiamo il nostro commento, dove come Forhest rilanciamo la responsabilità dei servizi sanitari nel sostenere l’apprendimento fin dalla prima infanzia, proprio per far guadagnare salute alle persone. Sul fronte della cultura, due contributi convergono su un punto: le arti — dal canto al teatro ai musei — non sono un lusso ornamentale ma una vera infrastruttura preventiva, capace di contrastare solitudine e declino negli anziani, a patto che siano davvero accessibili e non riservate a chi ha già più risorse.
e inoltre:
– Esperienze dei soci. Letture plurali per costruire la professionalità insegnante in ottica inclusiva.
– Forma fisica e mortalità negli anziani: una sintesi.
– Un libro. Il cervello felice di Anaïs Roux: conoscere il cervello per promuovere la salutenglesi.
Le scuole che promuovono salute come leva per l’equità nella scuola.
Schools4Health. Health promoting schools as a lever for equity in education. Policy brief. 2026.
“Le Scuole che Promuovono Salute come leva per l’equità nella scuola”, è un policy brief redatto nell’ambito del progetto Schools4Health in collaborazione con EuroHealthNet nel 2026, tradotto in italiano da DORS.
L’equità nell’istruzione viene definita come la capacità di un sistema di garantire il raggiungimento di risultati scolastici indipendentemente dal background socio-economico dello studente. Tuttavia, i dati internazionali (PISA e HBSC) evidenziano un calo generale del benessere e del rendimento, che colpisce in modo sproporzionato i bambini più svantaggiati, i quali spesso hanno accesso limitato a risorse di supporto e sono più esposti ad ambienti dannosi.
Le disuguaglianze educative non sono solo un problema del presente, ma tendono a trasmettersi di generazione in generazione. Il documento sottolinea come i sistemi educativi attuali spesso finiscano per rafforzare le disparità sociali esistenti invece di risolverle, evidenziando un divario persistente tra scuole pubbliche e private, specialmente nelle aree dove le risorse sono insufficienti. Affrontare queste sfide durante gli anni della formazione è considerato cruciale per gettare le basi di una vita futura più equa e sana.
Rendere ogni Scuola un Ambiente di Promozione della Salute
Sebbene le scuole non possano risolvere da sole le cause strutturali della povertà o della posizione geografica, esse hanno il potere di mitigare e prevenire le disparità attraverso azioni istituzionali mirate. Un ruolo guida fondamentale deve essere assunto dalle istituzioni per garantire un’istruzione inclusiva e di alta qualità fin dalla prima infanzia. L’accesso universale all’istruzione precoce è infatti direttamente associato non solo a migliori risultati accademici, ma anche a una riduzione del rischio di mortalità in età adulta.
Il concetto cardine proposto per gestire questa trasformazione è l’universalismo proporzionale. Questo approccio suggerisce che, mentre è necessario garantire a tutte le scuole ambienti sicuri e favorevoli alla salute, occorre fornire un sostegno supplementare agli istituti e agli studenti che ne hanno più bisogno. Tale strategia richiede che l’efficacia dei finanziamenti e delle politiche dipenda dalla capacità di affrontare i fattori sistemici che alimentano il divario di disuguaglianza.
Il Modello “Scuole che Promuovono Salute” (SPS)
Per tradurre questi principi in pratica, il documento propone l’approccio Scuole che Promuovono Salute (SPS), un modello basato su evidenze scientifiche e supportato da OMS e UNESCO. In questo modello, l’equità non è solo un obiettivo finale, ma una condizione essenziale del successo scolastico. L’approccio si articola su otto standard globali progettati per integrare la salute nel tessuto stesso della vita scolastica:
1. Politiche e risorse istituzionali: Sviluppo di cornici nazionali che integrino la non discriminazione e la sensibilità culturale.
2. Politiche e risorse della scuola: Garanzia che materiali, accesso a internet e pasti nutrienti siano distribuiti in modo equo.
3. Governance e leadership: Promozione di modelli decisionali inclusivi che coinvolgano studenti, genitori e personale di diversi contesti.
4. Partnership tra scuola e comunità: Collaborazione con organizzazioni locali e gruppi emarginati per riflettere le esigenze del territorio.
5. Curriculum scolastico: Progettazione di programmi didattici che valorizzino il background culturale degli studenti e utilizzino metodi di valutazione diversificati.
6. Ambiente socio-emotivo: Priorità al benessere emotivo degli studenti e del personale docente, fondamentale per un’atmosfera scolastica positiva.
7. Ambiente fisico: Rimozione delle barriere architettoniche e creazione di spazi sicuri per studenti con bisogni sensoriali speciali.
8. Servizi sanitari scolastici: Accessibilità garantita a visite mediche, assistenza psicologica e programmi di prevenzione.
Collaborazione e Sostegno Politico
Il documento chiarisce che la riduzione delle disuguaglianze è una responsabilità sociale condivisa. I sistemi educativi devono operare in sinergia con i settori della sanità, dei servizi sociali e dell’edilizia abitativa. Numerose iniziative dell’Unione Europea supportano questa visione, tra cui la Garanzia Europea per l’Infanzia, che mira a proteggere i minori a rischio di povertà, e il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, che promuove il diritto all’assistenza sanitaria e all’istruzione inclusiva.
Raccomandazioni per l’Azione
Il policy brief si conclude con un forte invito all’azione, articolato in cinque punti chiave per i decisori politici e le autorità locali:
1. Monitoraggio delle disuguaglianze: È fondamentale raccogliere dati affidabili e disaggregati per orientare programmi mirati e misurare i progressi compiuti.
2. Assegnazione equa delle risorse: I responsabili del bilancio devono destinare fondi sufficienti alle scuole in zone emarginate per migliorare infrastrutture e assumere personale qualificato (psicologi, insegnanti di supporto).
3. Coinvolgimento delle famiglie: Le scuole devono creare partnership solide con i genitori, offrendo opzioni di partecipazione flessibili per superare le barriere legate agli orari di lavoro o alle condizioni economiche.
4. Formazione del personale: Gli insegnanti devono essere formati sui determinanti sociali della salute e su pratiche inclusive, affinché possano gestire la diversità in classe con strumenti adeguati.
5. Empowerment degli studenti: È necessario promuovere programmi condotti dai pari (peer education) che valorizzino la collaborazione tra studenti di contesti diversi, rafforzando la coesione sociale.
In sintesi, il progetto Schools4Health mira a dimostrare che investire nella salute scolastica non è un’attività accessoria, ma una strategia essenziale per garantire che ogni bambino, indipendentemente dalla propria origine, possa realizzarsi pienamente dal punto di vista sociale, emotivo e accademico.
Il punto di vista di Forhest sul documento “Le scuole che promuovono salute come leva per l’equità nella scuola”.
Riteniamo che i destinatari di questo documento siano i dirigenti scolastici anche se non è la scuola che deve garantire la salute.
Questo documento è l’occasione per chiamare alla propria responsabilità la Sanità ed in particolare chi si occupa di promozione della salute pertanto a fianco alle “Scuole che promuovono la salute” dovrebbero esserci “I Servizi sanitari che promuovono l’apprendimento scolastico”.
Questo articolo evidenzia molto bene perché i servizi di promozione della salute devono supportare attivamente il sistema scolastico partecipando attivamente ai patti educativi di comunità e, in questo contesto comunitario, assieme gli altri portatori di interesse contrastare le diseguaglianze di apprendimento e di salute.
A quanto riportato nell’articolo aggiungiamo alcune considerazioni.
1. Il primo argomento è di natura strutturale: il livello di istruzione rappresenta il secondo determinante della salute — dopo il reddito, a cui peraltro è strettamente correlato. Agire sull’istruzione significa quindi intervenire sulle cause delle cause delle malattie, ovvero a monte dei fattori di rischio, in modo più efficiente e duraturo rispetto a qualsiasi intervento clinico tardivo.
2. Il secondo motivo riguarda il ruolo istituzionale della scuola. La scuola è l’istituzione sociale più efficace nel formare cittadini consapevoli e responsabili. Per questo, come indicato dal programma Health 2020 dell’OMS Europa, i servizi sanitari devono integrarsi con le priorità proprie della scuola ed in modo esplicito avere l’obiettivo di supportare la scuola dall’educazione prescolare — nido e scuola dell’infanzia — fino all’apprendimento scolastico in senso ampio.
3. Il terzo argomento è centrato sul concetto di empowerment: formando cittadini capaci di scelte autonome e consapevoli, bambini e ragazzi in primis, la scuola agisce direttamente sull’obiettivo fondamentale di ogni intervento di promozione della salute: aumentare la capacità degli individui di governare la propria vita e le proprie scelte di salute.
4. Il quarto punto sposta il focus dalla persona alla comunità. La prevenzione primaria richiede partecipazione collettiva. La scuola, pur non essendo la principale responsabile del rafforzamento comunitario, funziona come un hub territoriale naturale attorno a cui costruire azioni condivise. Per questo è necessario formalizzare alleanze tra scuola e servizi sanitari attraverso i patti educativi di comunità, che trasformano il bacino scolastico nell’unità operativa di riferimento per gli interventi di promozione della salute.
Le arti come strumento di invecchiamento sano.
Li F, Suo H, Chen S and Zhang C (2026) Integrated arts engagement as preventive infrastructure for active and healthy aging: a conceptual and policy framework. Front. Public Health 14:1896804. doi: 10.3389/fpubh.2026.1896804.
Viviamo più a lungo, ma vivere più a lungo non basta. Le società moderne si trovano di fronte a una sfida cruciale: come fare in modo che gli anziani non solo sopravvivano più a lungo, ma vivano bene? La salute in età avanzata non riguarda solo l’assenza di malattie. Riguarda anche la capacità di muoversi, relazionarsi con gli altri, sentirsi utili, mantenere un’identità e partecipare alla vita della propria comunità.
I sistemi sanitari tradizionali sono stati costruiti principalmente per curare le malattie. Ma molte delle difficoltà che gli anziani affrontano — come la solitudine, la perdita di ruoli sociali, la riduzione della mobilità, il lutto, la perdita di fiducia in sé stessi — non si risolvono in un ambulatorio medico. Si manifestano nella vita quotidiana e richiedono risposte che vanno ben oltre la medicina.
Il Coinvolgimento Integrato nelle Arti Comunitarie.
L’articolo introduce un concetto nuovo: il Coinvolgimento Integrato nelle Arti Comunitarie. L’idea centrale è che le attività artistiche — come cantare in un coro, ballare, dipingere, raccontare storie, fare artigianato, partecipare a spettacoli teatrali o visitare musei — non siano semplicemente svago o cultura. Possano diventare una vera e propria infrastruttura preventiva per la salute pubblica.
Questo non significa trasformare ogni laboratorio di pittura in una terapia medica. Significa riconoscere che la salute si costruisce anche in contesti ordinari, culturali e sociali, e che le arti possono essere uno strumento potente per farlo — a patto che siano accessibili, significative e collegate ai sistemi di cura e supporto sociale.
Perché le arti fanno bene agli anziani: sei meccanismi
L’articolo individua sei meccanismi attraverso cui la partecipazione artistica può sostenere un invecchiamento sano. Non si tratta di effetti separati: spesso agiscono insieme.
1. Connessione sociale
Molti anziani perdono progressivamente i propri legami sociali a causa del pensionamento, dei lutti, delle malattie o della ridotta mobilità. Le attività artistiche di gruppo creano occasioni ripetute di incontro, attorno a qualcosa di concreto da fare insieme. Questo abbassa la soglia di imbarazzo sociale, perché il focus è sull’attività, non sul “fare amicizia”.
2. Espressione emotiva
La vita avanzata porta con sé emozioni complesse: dolore, nostalgia, paura, gioia, cambiamenti nell’immagine di sé. La musica, il teatro, la pittura e la narrazione offrono modi per esprimere ciò che è difficile mettere in parole. Non si tratta di terapia in senso clinico, ma di forme quotidiane di elaborazione emotiva.
3. Attivazione fisica
Danza, canto, calligrafia, artigianato: molte arti coinvolgono il corpo in modo significativo — l’equilibrio, la postura, la coordinazione, il respiro, i movimenti fini delle mani. Il vantaggio è che questo movimento non viene percepito come “esercizio fisico da fare per stare bene”, ma come partecipazione piacevole e culturalmente motivata.
4. Stimolazione cognitiva
Imparare un testo da cantare, ricordare i passi di una danza, seguire le istruzioni di un laboratorio artistico, interpretare un’opera: queste attività coinvolgono memoria, attenzione, immaginazione e apprendimento. La stimolazione avviene in modo naturale, radicato in contesti sociali, senza la pressione di un test o di una valutazione.
5. Identità e significato
Gli anziani vengono spesso descritti attraverso il linguaggio del bisogno e della dipendenza. Le arti offrono identità alternative: cantante, pittore, narratore, artigiano, portatore di tradizioni culturali. Queste identità sono importanti perché permettono di essere riconosciuti come persone con storie, competenze e contributi — non solo come pazienti o assistiti.
6. Appartenenza culturale
Musica tradizionale, danze popolari, ricette tramandate, dialetti locali, feste religiose: le arti portano con sé memoria culturale e senso di appartenenza. Per gli anziani migranti, per le minoranze etniche, per chi vive in comunità rurali con tradizioni specifiche, questo meccanismo può essere particolarmente potente.
Dal singolo progetto all’infrastruttura: cinque percorsi politici
Il vero problema non è che non esistano attività artistiche per anziani. In molte comunità esistono già cori, laboratori, biblioteche, centri culturali. Il problema è che queste risorse rimangono frammentate e invisibili rispetto ai sistemi sanitari e sociali. L’articolo propone cinque percorsi per costruire una vera integrazione.
1. Riconoscimento politico
Le politiche pubbliche sull’invecchiamento devono esplicitamente riconoscere la partecipazione culturale come strumento di prevenzione. Inserire l’impegno artistico nei piani sanitari locali, nelle strategie contro la solitudine, nei programmi per la demenza, non è un lusso: è una scelta strategica.
2. Segnalazione alla comunità
Medici, infermieri, assistenti sociali e operatori di quartiere devono poter orientare gli anziani verso le opportunità artistiche adatte a loro, tenendo conto delle preferenze individuali. Non si tratta di prescrivere attività come si fa con un farmaco, ma di aprire scelte significative.
3. Fornitura sostenibile
Molti programmi artistici nascono come progetti pilota e finiscono quando finiscono i fondi. Gli anziani costruiscono relazioni e routine, poi tutto si interrompe. Servono impegni a lungo termine, spazi accessibili, supporto ai trasporti, accesso gratuito o a basso costo e facilitatori formati.
4. Valutazione adeguata
Non basta contare quante persone partecipano. Bisogna capire cosa cambia nella loro vita: la fiducia in sé stessi, il senso di appartenenza, la routine quotidiana, le nuove amicizie. Servono metodi di valutazione che combinino dati quantitativi e racconto qualitativo dell’esperienza vissuta.
5. Governance intersettoriale
Salute, cultura, assistenza sociale, governo locale e organizzazioni comunitarie devono condividere la responsabilità. E gli anziani stessi devono essere coinvolti nella progettazione dei programmi — non come destinatari passivi, ma come co-creatori.
La questione dell’equità
Un avvertimento fondamentale: se non si affronta il tema dell’accesso, il rischio è che le attività artistiche raggiungano principalmente chi già sta meglio — chi ha più istruzione, più mobilità, più risorse economiche, più reti sociali. Chi affronta povertà, disabilità, isolamento rurale, barriere linguistiche o discriminazioni rischia di essere escluso proprio dagli interventi pensati per includerlo.
Un’equa politica di coinvolgimento artistico deve quindi ampliare la definizione di “arte” oltre le istituzioni formali, includendo pratiche culturali quotidiane, informali, tradizionali e minoritarie. E deve rimuovere concretamente le barriere: costi, trasporti, informazioni accessibili, spazi adeguati.
Conclusione
Le arti non sono un’aggiunta decorativa alla politica sanitaria. Sono uno dei modi in cui le persone costruiscono senso, relazioni e vitalità nel corso della vita — anche e soprattutto in età avanzata. Riconoscerlo significa costruire sistemi di sanità pubblica più umani, radicati nella cultura locale e capaci di supportare non solo la sopravvivenza, ma la qualità del vivere.
Fuori le mura: la prescrizione sociale di arte e cultura.
Luca Dal Pozzolo. Fuori le mura – Territori della prescrizione sociale. In Fondazione Compagnia di San Paolo – Cultural Welfare Center: Indagine sulla prescrizione sociale di arte e cultura in Italia. Aprile 2026. pag. 139-147 .
Fin dall’antichità, gli effetti benefici della cultura sulla vita umana sono stati riconosciuti — basti pensare agli enormi investimenti della Grecia antica nella costruzione di teatri. Eppure, nonostante questa consapevolezza millenaria, arte e cultura continuano a vivere per molte persone come rinchiuse in una cittadella murata: un lusso ornamentale, qualcosa di secondario rispetto alle urgenze quotidiane, soprattutto per chi le disuguaglianze le sperimenta direttamente sulla propria pelle.
Queste mura isolano la cultura non solo dal mondo dell’economia e della produzione, ma anche da domini contigui e intersecanti come la formazione e la scuola — che mantengono rapporti ancora deboli e discontinui con l’offerta culturale — e, per quanto ci riguarda più da vicino, dal mondo della salute e dei servizi sociosanitari. È proprio su quest’ultima separazione — tra cultura e salute — che si concentra questa riflessione, segnalando con soddisfazione come una ricerca recente abbia rivelato qualcosa di significativo: un numero rilevante di operatori culturali è oggi impegnato in pratiche strutturate di prescrizione sociale, ovvero nell’utilizzo di attività artistiche e culturali come strumento complementare di cura e promozione del benessere, con valutazioni misurabili nel tempo.
Gli ostacoli: le mura che resistono
Perché queste mura fanno così fatica a cadere? Esistono due ostacoli principali, entrambi interni al mondo della cultura.
1. La convinzione di autosufficienza: molti operatori culturali ritengono che la cultura debba difendere strenuamente la propria autonomia per mantenere libertà critica. Il rischio percepito è di piegarsi a ruoli subalterni rispetto a turismo, economia o sanità, tradendo la missione culturale. Si tratta però di una questione mal posta. La distinzione va tracciata tra l’artista — che ha il diritto e il dovere di essere radicalmente libero, come dimostrano i casi di Pollock e Rothko finanziati dal New Deal rooseveltiano senza alcun controllo sui contenuti — e le istituzioni culturali che ricevono finanziamenti pubblici. Queste ultime hanno la responsabilità di pianificare e rendicontare i propri impatti sociali e culturali. Un museo non può ignorare il proprio pubblico così come Van Gogh poteva permettersi di non vendere un quadro.
2. La mentalità autoreferenziale di una parte degli operatori, ancora orientati esclusivamente all’approfondimento della propria disciplina, con scarsa attenzione all’utente. Musei che parlano solo agli esperti, archivi inaccessibili, istituzioni prive di strumenti di orientamento: questi contesti sono strutturalmente inadatti ad accogliere persone indirizzate da una prescrizione sociale. Al contrario, la crescente sensibilità verso l’accessibilità — architettonica, cognitiva, interculturale, sensoriale — rappresenta una breccia positiva nelle mura, da incentivare e difendere.
Come funziona davvero la prescrizione sociale
L’autore smonta con decisione una retorica diffusa e pericolosa: quella secondo cui sarebbe la bellezza in sé a guarire. La prescrizione sociale non funziona perché l’arte è bella o salvifica. Funziona per ragioni molto più concrete e verificabili.
Funziona perché accoglie le persone e le orienta a concentrare attenzione ed energie su un compito — ascoltare musica, dipingere, visitare un museo, eseguire una coreografia — con una qualità di presenza e di concentrazione raramente sperimentata nella vita quotidiana. Non mira a formare professionisti, ma a offrire le condizioni per vivere pienamente un’esperienza, in contesti sociali e territoriali ricchi, con una tensione calma e costante al miglioramento.
Come sottolineano le ricercatrici citate nel testo: “Un museo, una biblioteca, un giardino pubblico non sono contenitori neutri. Sono ambienti che comunicano un messaggio alla persona che li attraversa: qui sei qualcuno, non un paziente.” Questa de-sanitarizzazione dello spazio è fondamentale: permette di sperimentare la propria identità al di là della diagnosi, liberandosi dal ruolo di beneficiario che i contesti clinici tendono a imporre.
Sul piano fisiologico e psicologico, la prescrizione attiva endorfine, risorse psicologiche, abilità motorie e stati d’umore positivi — un’azione che l’autore descrive come “dolce, a bassa densità e lento rilascio”, con efficacia diffusa e crescente nel tempo. Nessun singolo evento ha effetti miracolosi istantanei: è la ripetizione nel tempo a fare la differenza.
La prescrizione sociale non è un farmaco
Su questo punto l’autore è categorico: la prescrizione sociale non è un farmaco e non deve essere confusa con uno. Danza non è uguale ad antibiotico. Leggere un libro non guarisce l’artrite. Andare al museo non cura la polmonite. La prescrizione agisce su una dimensione diversa rispetto alla terapia medica: non concentra l’azione su una patologia specifica, ma stimola in modo diffuso le risorse di salute della persona, agisce sull’autostima, mitiga lo stress, riduce l’isolamento sociale e potenzia le capacità cognitive e relazionali.
Il settore sanitario, secondo l’OMS, copre solo il 10-30% dei determinanti della salute. Il resto dipende da fattori strutturali — reddito, istruzione, condizioni abitative, isolamento sociale, partecipazione culturale. È in questo spazio che opera la prescrizione sociale: non risolvendo le disuguaglianze strutturali, ma mitigandone gli impatti sull’individuo e rafforzando le sue risorse per affrontarle.
La sintesi è nelle persone
La parola “cultura” deriva dal latino colere — coltivare, prendersi cura. La prescrizione sociale non cura perché è una terapia medica, ma perché è un prendersi cura: coltivare interessi, relazioni, connessioni mentali; rallentare i processi di declino cognitivo; offrire luoghi temporaneamente sicuri in cui esistere al di là della propria diagnosi o del proprio disagio.
La sintesi tra mondo della sanità e mondo della cultura non sta negli strumenti o nei protocolli. Sta nelle persone, nella loro complessità biologica, psicologica e sociale. Ed è tempo di abbandonare i riduzionismi meccanicistici per guardare alla salute come a una risorsa da coltivare — con saggezza, sapienza e, appunto, cultura.
Esperienze dei soci: Letture plurali per costruire la professionalità insegnante in ottica inclusiva.
Chiara Tullio. Letture plurali per costruire la professionalità insegnante in ottica inclusiva. La qualità della formazione come responsabilità sociale. Giugno 2025. 19: 189-193.
In questo contributo della nostra socia Chiara Tullio, viene esplorato il ruolo che le narrazioni possono assumere nella formazione dei docenti.
L’articolo presenta un percorso di formazione esperienziale fondato sulla lettura e sulla condivisione di narrazioni plurali, interrogandosi sulla loro capacità di promuovere una maggiore consapevolezza professionale e atteggiamenti più favorevoli verso l’educazione inclusiva:
le storie possono contribuire a formare insegnanti più inclusivi?
I risultati della ricerca suggeriscono che la lettura possa diventare non soltanto un’attività didattica, ma anche un dispositivo di formazione e trasformazione: uno spazio accessibile in cui mettere in discussione rappresentazioni consolidate, ampliare lo sguardo sulle differenze e costruire nuove possibilità di partecipazione.
La trasformazione del profilo docente in chiave inclusiva
La ricerca si inserisce in un vivace dibattito pedagogico riguardante l’evoluzione della figura del docente di sostegno verso un profilo di “docente inclusivo” più articolato. L’obiettivo è superare la delega dei processi inclusivi a un singolo specialista, promuovendo una responsabilità diffusa tra tutto il personale scolastico.
Tullio fa riferimento al “Profilo per l’aggiornamento professionale inclusivo degli insegnanti” dell’European Agency for Special Needs and Inclusive Education (EASNIE, 2022), che identifica una mappa valoriale fondamentale per lo sviluppo delle competenze inclusive. In questa prospettiva, l’inclusione non è solo un insieme di tecniche didattiche, ma un impegno etico alimentato dall’interconnessione tra attitudini, conoscenze e abilità. Un elemento determinante in questo processo è il clima scolastico: gli atteggiamenti e le opinioni dei docenti sulla diversità influenzano direttamente la qualità dell’accoglienza e dell’apprendimento.
Il paradigma narrativo come strumento di formazione
L’originalità del lavoro risiede nell’uso del paradigma narrativo come dispositivo di formazione. La lettura condivisa di “testi plurali” — ovvero opere tratte dalla letteratura per l’infanzia che rappresentano la diversità in modo inclusivo — viene proposta per agire sull’immaginario dei docenti.
Secondo l’autrice, le storie permettono di:
Sviluppare la competenza empatica, facilitando l’incontro tra individui e la comprensione di vissuti differenti.
Connettere le dimensioni cognitive, affettive e morali della conoscenza, aiutando i docenti a costruire comunità capaci di accogliere l’eterogeneità come un dato naturale del mondo.
Rafforzare culture di riconoscimento e comprensione attraverso la condivisione di un patrimonio di esperienze narrative comuni.
Metodologia della ricerca: il progetto “Includere Leggendo”
Lo studio ha adottato la metodologia della Ricerca-Azione-Formazione (RAF), che coinvolge i docenti come co-ricercatori attivi nel processo di cambiamento della propria didattica e dei propri sistemi di credenze. La sperimentazione è avvenuta presso l’Istituto Comprensivo di Roncade con un disegno di ricerca quasi-sperimentale.
Il campione di 79 insegnanti (scuola dell’infanzia, primaria e secondaria) è stato diviso in due gruppi:
Gruppo sperimentale: ha partecipato al laboratorio esperienziale “Includere Leggendo”, focalizzato sulla costruzione di comunità e sulla riflessione dei valori del profilo docente attraverso le narrazioni.
Gruppo di controllo: non ha ricevuto la formazione specifica, pur continuando l’attività professionale ordinaria.
Per misurare l’impatto, è stata utilizzata la scala SACIE-R (The Sentiments, Attitudes and Concerns about Inclusive Education), composta da 15 item che indagano opinioni, atteggiamenti e preoccupazioni. Lo strumento è stato adattato in modo che punteggi più bassi riflettessero un maggiore impegno nelle pratiche inclusive.
Analisi dei risultati ed evidenze statistiche
I dati sono stati elaborati tramite l’analisi della varianza (ANOVA) per confrontare le variazioni tra l’inizio (T0) e la fine del percorso (T1). I risultati hanno confermato l’efficacia del laboratorio:
Il gruppo sperimentale ha mostrato un miglioramento statisticamente significativo (p=.017), con un calo medio di 3 punti nei punteggi SACIE-R, indicando una percezione di maggiore inclusività e minori preoccupazioni.
Il gruppo di controllo non ha mostrato variazioni rilevanti (p=.8797), suggerendo che la semplice esperienza quotidiana in classe, senza una formazione specifica, non basta a modificare gli atteggiamenti radicati.
Al termine del percorso, la differenza tra i due gruppi era statisticamente significativa (p=.013), a dimostrazione che l’effetto è direttamente riconducibile all’intervento formativo basato sulle letture plurali.
Conclusioni e prospettive future
In conclusione, la ricerca dimostra che una formazione esperienziale basata sulla narrazione può produrre un impatto positivo e misurabile sulla professionalità docente. La pratica “Includere Leggendo” viene definita “a bassa soglia” per la sua facilità di applicazione, rendendola uno strumento efficace anche per i docenti non specializzati.
Lo studio sottolinea l’importanza di agire sulla cultura e sull’immaginario dei docenti per costruire una scuola realmente democratica. Per il futuro, l’autrice auspica studi longitudinali per valutare la tenuta dei risultati nel tempo e l’allargamento del campione per verificare come questo cambiamento negli atteggiamenti dei maestri ricada concretamente sulle competenze inclusive di alunne e alunni.
Forma fisica e mortalità negli anziani: una sintesi.
Wu M, Hsu C, Hsu H, et al. Physical Fitness and All-Cause Mortality in Older Adults. JAMA Netw Open. 2026;9(8):e2628227. doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.28227
Sappiamo da tempo che fare attività fisica regolare fa bene alla salute e contribuisce a un invecchiamento sano. Tuttavia, c’è un problema metodologico importante negli studi che hanno affrontato questo tema finora: la gran parte delle ricerche si è basata su dati auto-riferiti, ovvero su quanto le persone dichiarano di muoversi. Questo approccio è intrinsecamente soggetto a errori: le persone tendono a sovrastimare la propria attività, e gli anziani — soprattutto quelli con problemi cognitivi o multiple patologie — possono ricordare male o descrivere imprecisamente le proprie abitudini motorie.
In parallelo, la valutazione del rischio clinico negli anziani si basa tradizionalmente sul carico di malattie croniche (quante e quali patologie ha una persona), un approccio che trascura un elemento fondamentale: cosa quella persona riesce concretamente a fare con il proprio corpo. Questa capacità funzionale — la cosiddetta riserva fisiologica — riflette l’adattamento cumulativo dell’organismo all’invecchiamento, alle malattie e alle abitudini di vita, e potrebbe essere un indicatore prognostico molto più ricco e preciso.
Da queste premesse nasce lo studio, condotto a Taiwan su una coorte rappresentativa a livello nazionale, con l’obiettivo di valutare se e quanto la forma fisica misurata oggettivamente — in più domini — sia associata al rischio di morte negli anziani, al di là di quanto già spiegato dall’attività fisica auto-dichiarata e dalle comorbidità note.
I test utilizzati
I ricercatori hanno valutato 13.423 adulti di 65 anni o più attraverso una batteria di test standardizzati, il cosiddetto Senior Fitness Test, somministrato da esaminatori certificati. I test coprono quattro grandi domini della forma fisica:
1. Fitness cardiorespiratorio
test a passo di 2 minuti: i partecipanti eseguono il passo sul posto per due minuti, sollevando le ginocchia fino a un’altezza personalizzata in base alla propria anatomia. Si conta il numero di passi validi completati. È una misura della resistenza aerobica funzionale.
2. Forza muscolare
Curl del braccio a 30 secondi: quante volte si riesce a flettere il braccio con un peso (2,27 kg per le donne, 3,63 kg per gli uomini) nel tempo dato. Misura la forza degli arti superiori.
Alzarsi dalla sedia in 30 secondi: quante volte si riesce ad alzarsi completamente da seduti (braccia incrociate al petto, senza aiutarsi con le mani) nel tempo dato. Misura la forza degli arti inferiori.
3. Flessibilità
Grattamento sulla schiena: si portano entrambe le mani dietro la schiena cercando di avvicinarle; si misura la distanza (positiva se si sovrappongono, negativa se rimane un gap). Valuta la mobilità della spalla.
Sedersi e allungarsi sulla sedia: seduti sul bordo della sedia con una gamba tesa, ci si protende in avanti verso la punta del piede. Valuta la flessibilità della catena posteriore.
4. Equilibrio e agilità
Posizione su una gamba: si rimane in equilibrio su un piede (occhi aperti) per il tempo più lungo possibile, fino a un massimo di 30 secondi. Misura il controllo neuromuscolare e l’equilibrio statico.
Test degli 8 piedi alzarsi e camminare: ci si alza da una sedia, si percorrono circa 2,5 metri attorno a un cono e si torna a sedersi, nel minor tempo possibile. Misura l’agilità e la mobilità dinamica.
Oltre ai singoli test, i ricercatori hanno costruito un indice composito di forma fisica, sommando i percentili specifici per sesso ottenuti in tutte e sette le valutazioni, per avere una misura globale della condizione fisica di ciascun partecipante.
Risultati
Dopo un follow-up mediano di 7 anni, i risultati sono netti e coerenti su tutti i domini analizzati: una migliore forma fisica è associata a una mortalità progressivamente più bassa, anche dopo aver tenuto conto di età, sesso, attività fisica auto-riferita, indice di massa corporea, condizioni socioeconomiche e carico di malattie croniche.
In dettaglio, confrontando chi si trovava nel quintile di prestazione più alto (top 20%) rispetto al quintile più basso (bottom 20%):
Test degli 8 piedi alzarsi e camminare: rischio di morte ridotto del 59% (AHR 0,41)
Posizione su una gamba: rischio ridotto del 50% (AHR 0,50)
Alzarsi dalla sedia in 30 secondi: rischio ridotto del 45% (AHR 0,55)
Test a passo di 2 minuti: rischio ridotto del 42% (AHR 0,58)
Indice composito: rischio ridotto del 61% (AHR 0,39)
La flessibilità, pur mantenendo un’associazione significativa, mostra un effetto più modesto e con carattere di soglia: una rigidità estrema è rischiosa, ma guadagnare flessibilità oltre un livello funzionale di base non porta ulteriori benefici sulla sopravvivenza.
Le analisi per sesso rivelano alcune differenze interessanti: negli uomini, i predittori più forti sono equilibrio/agilità e forma cardiorespiratoria; nelle donne, la forza degli arti inferiori raggiunge un peso prognostico simile all’equilibrio, probabilmente per la maggiore prevalenza di osteoporosi e sarcopenia nel sesso femminile, che rende le cadute un rischio particolarmente letale.
Il messaggio clinico
Lo studio suggerisce che la forma fisica non è semplicemente una conseguenza passiva dell’invecchiamento, ma un indicatore modificabile della riserva fisiologica: si può allenare, migliorare e monitorare. Integrare questi test semplici, rapidi e poco costosi nella valutazione geriatrica di routine potrebbe permettere ai clinici di identificare precocemente le persone vulnerabili e prescrivere interventi mirati — in particolare sul potenziamento dell’equilibrio, della forza degli arti inferiori e della capacità aerobica — per ridurre il rischio di morte e preservare l’autonomia nel tempo.
Un libro. “Il cervello felice” di Anaïs Roux. Conoscere il cervello per promuovere la salute.
Anaïs Roux. “Il cervello felice. Come si innamora, si sbaglia, si stressa e sogna”. Edizioni Sonda. Milano 2024.

Il cervello felice. Come si innamora, si sbaglia, si stressa e sogna di Anaïs Roux è un libro di divulgazione neuroscientifica che ha il merito di avvicinare un tema complesso e affascinante, come il funzionamento del cervello, alla vita quotidiana. L’autrice utilizza un linguaggio accessibile, chiaro e coinvolgente, rendendo comprensibili anche concetti che appartengono normalmente al linguaggio specialistico delle neuroscienze.
Il libro parte dalle esperienze più intense e universali della vita: innamorarsi, provare emozioni, commettere errori, affrontare lo stress, prendere decisioni, ricordare e sognare. Sono proprio questi momenti a diventare l’occasione per comprendere che cosa accade nel nostro cervello e perché reagiamo, pensiamo e ci comportiamo in determinati modi.
La forza divulgativa di Roux sta quindi nel partire dalla vita quotidiana per arrivare alla scienza. Il cervello non viene presentato soltanto attraverso strutture anatomiche e termini tecnici, ma attraverso situazioni nelle quali ciascuno può riconoscersi. Il lettore viene così accompagnato a comprendere il rapporto tra cervello, emozioni, percezioni, memoria, comportamento e ambiente.
Particolarmente interessante è il modo in cui il libro mostra che il cervello non si limita a registrare passivamente la realtà, ma la interpreta continuamente, utilizzando esperienze precedenti, aspettative ed emozioni. Questo aiuta a comprendere anche perché possiamo commettere errori, sviluppare determinati comportamenti o prendere decisioni che non sono sempre completamente razionali.
Anche lo stress viene letto attraverso i meccanismi cerebrali che lo regolano. Non è semplicemente qualcosa da eliminare, ma una risposta che può avere una funzione adattativa e che diventa problematica quando è troppo intensa o prolungata.
Questa prospettiva rende Il cervello felice particolarmente interessante anche per chi si occupa di promozione della salute. Le neuroscienze possono infatti contribuire a comprendere meglio alcuni dei processi attraverso i quali le persone percepiscono il rischio, elaborano le informazioni, sviluppano abitudini, prendono decisioni e modificano i propri comportamenti.
Per la promozione della salute questo significa poter affiancare alla tradizionale attenzione ai determinanti sociali, ambientali ed economici della salute una maggiore conoscenza dei meccanismi neurobiologici e psicologici che influenzano il comportamento.
Il libro può quindi essere letto come uno strumento per sviluppare una neuroscience literacy, cioè una conoscenza di base delle neuroscienze utile non solo agli operatori sanitari, ma anche a chi lavora sull’educazione alla salute, sull’empowerment e sulla prevenzione.
La sua utilità, tuttavia, non sta nel proporre semplicistiche “ricette per essere felici”. Il messaggio più interessante è piuttosto che conoscere il cervello significa comprendere meglio le persone. E comprendere come funzionano emozioni, motivazioni, stress, decisioni e apprendimento può aiutare chi promuove la salute a progettare interventi più consapevoli, realistici e vicini al modo in cui le persone realmente pensano, sentono e agiscono.
Per rendere la lettura più dinamica, Lucie Albrecht ha realizzato un fumetto di 32 pagine che racconta la storia del cervello e delle neuroscienze.
L’opera è stata vincitrice del Premio Asimov 2026 per l’editoria scientifica divulgativa.
