Amministrazione Condivisa: La Sussidiarietà tra Cittadini e Istituzioni

L’amministrazione condivisa rappresenta un cambiamento di paradigma fondamentale nel rapporto tra le istituzioni pubbliche e la società civile, segnando il passaggio da un modello bipolare fondato sulla gerarchia a uno collaborativo basato sulla sussidiarietà. Questo modello, teorizzato per la prima volta da Gregorio Arena nel 1997, nasce dalla convinzione che i cittadini non siano solo portatori di bisogni, ma anche di capacità e risorse che possono essere messe a disposizione della comunità per risolvere problemi di interesse generale.
Le radici teoriche e la legittimazione costituzionale
L’amministrazione condivisa affonda le sue radici in una “antropologia positiva” che vede il cittadino come un soggetto attivo, un “co-amministratore” capace di condividere con la Pubblica Amministrazione (PA) competenze, tempo e responsabilità. Il perno giuridico di questa rivoluzione è l’articolo 118, ultimo comma, della Costituzione, introdotto nel 2001, che impegna la Repubblica a favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà orizzontale.
Questo dettato costituzionale ha rotto il monopolio pubblico nella cura degli interessi della collettività, riconoscendo che i cittadini possono perseguire obiettivi pubblici anche meglio o in modo più innovativo rispetto alla sola PA. Si supera così lo “steccato” tra autorità e libertà, introducendo una “libertà dei post-moderni” o libertà attiva, dove il cittadino partecipa direttamente all’esercizio della funzione amministrativa.
Gli strumenti operativi: Regolamenti e Patti
La traduzione pratica di questi principi è avvenuta attraverso strumenti innovativi. Il punto di svolta è stato il Regolamento comunale per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, adottato per la prima volta a Bologna nel 2014 e oggi diffuso in oltre 300 comuni italiani. Il cuore di questo regolamento è il patto di collaborazione, un atto di natura non autoritativa con cui PA e cittadini definiscono insieme le azioni di cura, le responsabilità e le risorse per la rigenerazione di un bene comune.
Parallelamente, il Codice del Terzo Settore (Art. 55) ha introdotto gli istituti della coprogrammazione e della coprogettazione, creando un canale di amministrazione condivisa alternativo al mercato e al profitto. Mentre la coprogrammazione serve a individuare i bisogni e le risorse di un territorio, la coprogettazione definisce i progetti specifici di intervento, valorizzando l’apporto originale degli Enti del Terzo Settore (ETS).
La centralità della “Cura” e dei Beni Comuni
Un ambito d’applicazione privilegiato dell’amministrazione condivisa è la cura dei beni comuni ambientali. I dati di Labsus mostrano che quasi il 50% dei patti di collaborazione riguarda il verde urbano, i parchi e i giardini. Queste pratiche non sono mera “manutenzione”, ma azioni orientate a ricostruire l’equilibrio ecologico e i legami sociali, contribuendo agli obiettivi dello sviluppo sostenibile (Agenda 2030), in particolare alla salute, al benessere e alla vita sulla terra.
Inoltre, emerge una prospettiva di “amministrazione della cura“, intesa come assunzione di responsabilità collettiva verso le persone più vulnerabili. La cura, storicamente relegata alla sfera privata e femminile, entra nella sfera politica e costituzionale come paradigma alternativo alla logica aziendale, mettendo al centro la dignità umana e l’interdipendenza tra i membri della comunità.
Sfide, Organizzazione e Valutazione
Nonostante il successo, il cammino verso un’amministrazione pienamente condivisa incontra resistenze. Le barriere sono spesso culturali: molti funzionari vivono ancora la collaborazione come un “ripiego” o una distorsione del loro ruolo di autorità. È necessaria una profonda re-invenzione della burocrazia, che passi attraverso la formazione del personale e la creazione di uffici dedicati capaci di agire come facilitatori e non solo come controllori.
Un altro tema cruciale è la valutazione. Nell’era dell’amministrazione condivisa, valutare non significa solo rendicontare le spese (input/output), ma misurare il cambiamento generato (outcome) e la creazione di capitale sociale e fiduciario. La “co-valutazione” diventa un processo circolare dove PA e cittadini imparano insieme dai risultati ottenuti, adattando gli interventi in modo flessibile.
La dimensione politica e il futuro
In conclusione, l’amministrazione condivisa non è solo una tecnica amministrativa, ma una vera e propria palestra di democrazia. Essa permette di ricostruire la fiducia nelle istituzioni, contrastando la disaffezione per la vita pubblica e l’individualismo narcisistico. I cittadini che si prendono cura di un bene locale contribuiscono alla cura del pianeta, elevando il bene comune locale a bene comune globale.
Il futuro di questo modello dipende dalla capacità politica di investire in territori capacitanti, dove la collaborazione non sia un’eccezione, ma la modalità ordinaria di perseguire l’interesse generale, trasformando la PA in un “luogo” di alleanza e innovazione sociale.


L’amministrazione condivisa vista dalla parte del Comune


ANCI – Quaderno: i parternariati tra enti locali ed enti del terzo settore

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La valutazione condivisa

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Vademecum per l’amministrazione condivisa – comune di Bologna

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